Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Infinita perturbazione…quattro anni dopo

Così come ho già fatto con Il posto di ciascuno (qui), a distanza di tempo mi permetto di fare un breve salto nel passato, riprendendo e riproponendo qualche passo da Infinita perturbazione (qui), seconda raccolta di racconti che – benché in sordina – ho avuto la possibilità di pubblicare con la casa editrice Officine Editoriali. Dopo averlo riletto d’un fiato, dedicandogli quattro silenziose serate, e mettendo di lato il mio fidato e-reader, la prima cosa che mi sono detto è che questa raccolta di racconti è veramente un ibrido, una silloge attraversata da uno iato, una crepa, scissa di una scissione che, però, non mi disturba affatto, anzi. La raccolta è da un lato ancora legata a Il posto di ciascuno, mentre dall’altro è già proiettata in avanti, in molti punti in piena gemmazioni, attraversata da uno sviluppo e da una metamorfosi – di stile e, pertanto, di contenuto – che preparava ed anticipava qualcosa che non sapevo ancora di saper/voler fare, ma che presto sarebbe stato (consciamente e consapevolmente) esattamente quello che volevo fare e che quindi dovevo imparare a fare. Il futuro che questi racconti anticipavano era ovviamente Ringraziare (qui). In poche parole, c’erano vecchi strumenti che conoscevo bene, che sapevo usare e a cui ero affezionato e, nel mezzo, disseminati qua e là, ce ne erano altri di cui, al contrario, non sapevo bene cosa farne, benché già li utilizzassi. Ci sono dunque racconti che idealmente fanno da ponte con Il posto di ciascuno, come Italo Calizza. Poi quelli che decisamente se ne scostano, racconti grotteschi e comici, attraversati da un brutto ghigno rabbioso malamente celato: Si inizia o no? Sì! e poi La sposa si è innamorata di me e, ancora, Dr. Raus. E poi c’è il lungo racconto che chiude e dà il titolo alla raccolta, Infinita perturbazione, un ibrido allo stato puro. Ci sono poi quelli cui, ieri come oggi, sono maggiormente legato, quelli che mi paiono più fecondi, in cui sono ben sedimentati gli aspetti migliori (quello che a me paiono migliori) di quello che avevo fatto prima e da cui, al tempo stesso, trasparivano cose nuove. Mi riferisco a Buoni propositi e  a Capelli. Ma a questo punto non c’è nulla di meglio, credo, che lasciare la parola a qualche passo…

Capelli

L’orologio appeso alla parete segnava le dieci e mezza, il ticchettio della lancetta dei secondi era coperto dalla voce dello speaker che dalla radio ripeteva che la colonnina di mercurio, già a quell’ora, era salita a trentadue gradi. Sembrava davvero incapace di farsene una ragione. Seduto sulla dura sedia dietro il tavolino scheggiato, Ignazio Carvero – soprannominato Ignacio per i baffetti sottili che un tempo portava – giocherellava con le forbici da lavoro del padre cercando di testare la prontezza delle dita, la velocità di taglio di cui era ancora capace dopo due anni di forzata inattività. La fredda opacità dell’acciaio rifletteva il grigio che dominava il locale. Non ci aveva mai fatto caso prima. Piastrelle gonfie di polvere, pareti tappezzate di stampe in bianco e nero che ritraevano, di profilo o a tre quarti, modelli sconosciuti con acconciature dalla valenza universale. Erano grigi i santini attaccati col nastro adesivo ai piedi di un crocefisso, così come grigio era il vecchio divano dalla stoffa consumata per tutti i culi che vi si erano posati sopra. Una vera trappola per i vecchi di zona che in quei cuscini resi ricottosi dal tempo, affondavano fino quasi a scomparire, le ginocchia contro il petto.

Buoni propositi

No, aspetta” – stavo per dire qualcosa di sbagliato, ma sono riuscito a fermarmi appena in tempo, o forse no. Sul volto di Natalia affiora quel senso di stanchezza che troppo facilmente, negli ultimi tempi, riesco a provocare anche con la mia sola presenza. Ti sei appena svegliato” – dice a bassa voce. Riempio la tazzina di Natalia, fino all’orlo. Troppo, scusa”. Non fa niente”. Natalia butta giù il suo caffè tutto d’un fiato, evita di guardarmi ed io non so proprio cosa inventare per riuscire a farla uscire di casa di buon umore. Sul tavolo c’è lo specchietto ovale che ha usato insieme alle pinzette per sistemarsi le sopracciglia e strappare qualche pelo di troppo dal labbro superiore. Non sapendo cosa fare mi specchio. A parte i pori del naso, che paiono piccoli crateri tanto sono dilatati, sono spettinato e tutto intorno alle orecchie i capelli bianchi sono aumentati. Sono un po’ troppo lunghi e anche la barba, tutta puntinata di bianco, ha bisogno di un’accorciata. L’insieme dà un senso di sporco e di trasandato o, molto più semplicemente, sta a significare che sto invecchiando. E questo mi pare assurdo.

Italo Calizza

Guardava l’uomo che gli urlava contro che era uno stronzo e che se scendeva gli avrebbe rotto il culo. Non era poi così diverso da Carlo, suo figlio. Perdio, pensava. Quell’imprecazione ereditata se la teneva stretta e la usava ogni volta che gli pareva. Il pugno che il signor Calizza aveva dato all’autista che adesso lo minacciava e lo insultava, era il risultato concretissimo di una lunga catena di pensieri che dalla sera prima continuava a ripercorrere, un rosario tutto bestemmie e recriminazioni, geremiadi, pentimenti e mortificazioni. Certo, se il giorno prima fosse andata diversamente, allora il signor Calizza non avrebbe reagito a quel modo, non avrebbe dato un pugno sull’orecchio del conducente per il solo fatto che quello era un uomo di niente; uno che non aveva cuore e pazienza per concedere ad un vecchio mezzo zoppo il tempo di alzarsi dal suo posto e lottare tenacemente per farsi strada nella calca di altri vecchi armati di buste, bastoni e carrellini della spesa…Se il giorno prima fosse andata diversamente da come era andata, Italo Calizza non avrebbe dato un pugno sull’orecchio di un autista che, anno più anno meno, doveva avere la stessa età del figlio…

Dr. Raus

Il difetto del dottor Raus era di non saper scindere gli obblighi della professione dalle convinzioni personali. In lui tutto il carico di freddezza, cinismo e pregiudizi sembrava essersi sedimentato nell’ampio ventre dilatato, nei folti baffi imbiancati dal tempo e nelle grandi mani pelose e piene di macchie. Se al suo studio medico si presentava qualcuno dall’accento straniero o dal colore della pelle, per così dire, particolare o esotico, allora il dottor Raus, più che sincerarsi delle condizioni del paziente, tendeva a fare domande su lavoro, rapporti con la giustizia e cose del genere. Spesso mandava via queste persone dicendo di non avere tempo mentre, se si decideva a visitarle, tastava e strapazzava senza andare troppo per il sottile e certamente senza dare il minimo ascolto alle lamentele e alle suppliche dell’infelice di turno.

La sposa si è innamorata di me

Ultimamente me ne capitano una dietro l’altra, ma mentre ero chiuso nell’ascensore che lentamente mi portava al piano terra, non potevo minimamente immaginare che di lì a poche ore avrei preso parte ad un matrimonio in cui la sposa si sarebbe innamorata di me, al primo sguardo. Mi fissavo allo specchio dell’ascensore, prendendo coscienza dei mutamenti che la perdita del lavoro e la fine burrascosa di una relazione amorosa avevano lasciato sul mio viso. Ero dimagrito, anche se non sciupato; provato, ma non devastato. All’idea di salire in macchina ed affrontare due ore di viaggio per sorbirmi il solito matrimonio celebrato nel solito borgo, con la solita coppia di sposi che si pensavano originali e buoni ecco, a questa sola idea mi veniva la nausea. Ma andavo comunque dato che Lucio era cugino di secondo grado dello sposo e aveva insistito per farmi inserire nella lista degli invitati. E del resto non c’era nulla di originale in me, uno che in un colpo solo perde lavoro e donna ed è obbligato a tornare a casa dei genitori. Insomma, era tutto decisamente patetico, già visto. Sarei andato, avrei mangiato e bevuto come un porco, assentandomi spesso per andare a pisciare, per poi tornarmene a casa, la sera, e crollare sul divano-letto in salone, dato che quella che era stata la mia stanza, è da tempo occupata da mia nonna.

Si inizia o no? Sì!

Trentatré giorni fa aveva avuto inizio tutto. Erano le cinque del pomeriggio ed io ero seduto a tavola per uno spuntino quando una scossa, all’improvviso, mi ha letteralmente strappato dalla mia usuale spensieratezza. Un semplice scrollone, non più di tre o quattro secondi in tutto. Mi aveva sollevato da terra con tutta la sedia ed io, per istinto, mi ero aggrappato con tutte le forze al panino con la mortadella che stringevo fra le mani. Una scossa di terremoto, una cosa da nulla, uno schioccar di dita per richiamare l’attenzione di uno spettatore distratto. Già, niente in confronto a quello che si sente alla televisione, però m’ero messo paura e così ero uscito di casa e avevo fatto tutte le scale a piedi, fino al piano terra. È stato lì che ho incontrato Pighin…

Infinita perturbazione

Bruno Spes era al volante della sua station wagon a metano. Era perso nel traffico e, per ammazzare il tempo e i brutti pensieri, si guardava nello specchietto retrovisore, ripetendosi che il suo nome era Bruno Spes e che da tempo lavorava per una società di recupero crediti. Cercava di convincersi che tutto il tempo che negli ultimi anni aveva passato in palestra fosse servito a qualcosa e non fosse stato solo uno sforzo che non valeva nulla.

Era intrappolato all’ingresso della tangenziale est quando il cellulare, buttato sul sedile del passeggero, aveva cominciato a squillare. Sul display lampeggiava il nome di Vera, la moglie. Tito, il figlio più piccolo, non era ancora tornato a casa. Bruno non riusciva proprio a vedere dove fosse il problema ma Vera aveva appena saputo da Lollo, il suo compagno di banco e inseparabile compare, che Tito quel giorno non era andato a scuola.

Era una giornata fredda e senza vento, il cielo terso, il sole splendente, eppure nell’abitacolo, così come aldilà del parabrezza, scendeva una pioggia sottile ed insistente che pareva fatta di granelli di terra che andavano a posarsi sulle cose per subito svanire, senza lasciare traccia o attecchire. Quella pioggia non scendeva solamente dall’alto in basso, ma procedeva in tutte le direzioni, spesso organizzandosi in molteplici vortici. Il dottore gli aveva detto che non aveva nulla di cui preoccuparsi, che era un disturbo dovuto a stress, affaticamento e cose del genere. Il fenomeno, così come si era presentato era destinato a scomparire.

Tranquilla. Non dirgli nulla, stasera ci penso io”. Aveva spento il cellulare e alzato il volume della radio. Lo speaker faceva il conto alla rovescia. Meno cinque a Natale.

4 commenti su “Infinita perturbazione…quattro anni dopo

  1. ilmestieredileggereblog
    marzo 17, 2018

    Caspita! complimenti!

  2. Ivana Daccò
    marzo 23, 2018

    Davvero molto belli.

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Questa voce è stata pubblicata il marzo 17, 2018 da con tag , .

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