Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Appunti sparsi #1 – Che ne sarà di Little T?

All’angolo fra Via dei Cedri e Viale dei Rododendri, scintillante e pieno di gente, sorge il Delizia Caffè. Puzza ancora di inaugurazione e nella grigia domenica pomeriggio in un anonimo incrocio del settimo municipio fatto di casette di massimo due piani è, insieme al parchetto in stato di abbandono, l’unico luogo di aggregazione. La sua lucentezza non nasconde né attenua lo squallore di quanto lo circonda, anzi lo rende ancor più evidente, da far bruciare lo stomaco a chi ancora non crede che quella sia l’unica realtà possibile.

Fra le braccia della madre, Little T sta ciucciando e intanto guarda i propri piedini. Ha delle scarpette nuove e forse sono un po’ troppo pesanti per i suoi gusti. Ma la domanda è: sono veramente suoi quei piedi? Alza lo sguardo per farsi dare una mano. La madre sta sorridendo, così la imita, solo che nel momento stesso in cui lui sorride lei diventa tutta seria – che cazzo significa? Little T alza una manina, mugugna e intanto continua a succhiare, dato che ha fame, tre mesi e, anche se cresce al novanta percentile, oscuramente sa di poter dare ancora molte soddisfazioni ai genitori. Accade immancabilmente dopo ogni visita del pediatra. Alza ancora la manina, ma la madre non lo degna d’uno sguardo. Si aggrappa alla maglia, tira, e lei, sempre senza guardare, gliela toglie. Little T non molla. Scalcia e mugugna e riparte con la manina. Lei è tutta concentrata sul cellulare. Ancora? Little T inizia ad incazzarsi per davvero, è sul punto di mettersi a piangere. La madre lo guarda appena, di sfuggita, quasi attraverso, Mangia, gli ringhia contro. Non è questo il punto, sa e non sa Little T che, pur avendo fame, sputa il capezzolo e inizia ad urlare – è ben altra la questione, non è mica un animale, lui, è un bambino, cazzo, e qui non si tratta semplicemente di riempire il suo stomaco come fosse un serbatoio. Inizia ad urlare di brutto. La madre cerca di metterlo a tacere col seno, ficcandogli il capezzolo in bocca, ma lui serra le labbra. Scalcia. Con le scarpe nuove batte sul tavolo, forse rovescia qualcosa. Subito dopo è mondo che si rovescia, si inclina e ondeggia. Little T sente il latte che ritorna su. Sporca il pannolino. Si ritrova seduto sul passeggino, tutto imbracato. La madre è arrabbiata. Little T la guarda, ne cerca gli occhi, ma lei tiene fissi davanti a sé evitando di incontrare i suoi, che adesso sono vuoti vuoti. Occhi che intensamente guardano senza adeguata attenzione nei suoi confronti. La madre spinge veloce il passeggino. Volontariamente non evita un paio di buche, scende lo scalino del marciapiede senza grazia, passa davanti al parco pieno di cartacce, ma che a lui piace lo stesso. Niente altalena, per oggi. Little T non osa protestare.

Il locale è da anni lo stesso, quello all’angolo della strada. Nessuno ha più speso un centesimo per dargli una ripulita. Persino l’insegna è stata sfondata. La D è diventata una I, la Z è saltata del tutto. A quanto si dice è stata fottuta durante una sassaiola improvvisata e che sia stata centrata per ben quattro volte da un ragazzino particolarmente ispirato. Fuori piove e tira vento, il neon balbetta una brutta luce grigio biancastra sull’asfalto bagnato. Seduto al tavolino, solo davanti ad una tisana e ad una enorme pasta al cioccolato, T, uno splendido adolescente, fatica a trattenersi. Non gli è accaduto nulla di male. Niente a casa, a scuola o con gli amici, e giusto un paio di mesi prima aveva gloriosamente perduto la verginità. Finge di scottarsi con la tisana. Deve farlo, così può coprirsi la bocca e gli occhi con le mani, nel tentativo di celare ciò per cui neppure lui ha una spiegazione. Finge di soffiarsi il naso. Ha il viso rosso. Odia la domenica. Odia i negozi chiusi, le serrande abbassate, le strade deserte, le luci che filtrano dalle finestre chiuse. Odia le persone che neppure conosce e che ne stanno al sicuro, chiuse in quegli appartamenti illuminati, mentre lui è fuori e non può far altro che guardare. È convinto che lì dentro ci siano persone che parlano o che, senza angoscia, sanno stare insieme in una stessa stanza, in una stessa casa.

Un uomo gioca con l’anello d’oro bianco che per quasi vent’anni aveva rappresentato, nel mondo, la verità di un progetto di vita e che adesso, da quasi un anno, non simboleggia altro se non il suo attaccamento ad una donna che lo aveva lasciato, portandosi via i figli. T potrebbe vederle quando vuole, le sue tre bambine, potrebbe vederle ogni giorno, questo sì, ma ancora preferisce limitare gli incontri. Fatica troppo a trattenersi, ogni volta che è costretto a guardarle negli occhi, tanto gli paiono disperate. È domenica mattina, presto. Si era presentato già alle sei e mezza, quando la caffetteria aveva appena aperto. Aveva dovuto restare fuori qualcosa come un quarto d’ora, poi aveva dovuto aspettare i lieviti e che le macchine si scaldassero. Quello era però il suo orario, perché a quell’ora il locale era sempre vuoto e, nel caso, poteva disperare di sé senza essere visto da nessuno e senza rischiare di essere preso per il culo per tutto il quartiere. E in ogni caso ormai non dormiva quasi più. Girava per la casa vuota dei figli. Continuava ad alzarsi dal letto per andare a controllare se andava tutto bene, ma i suoi occhi non avevano corpi su cui posarsi, le sue mani non incontravano fronti da sfiorare, i suoi orecchi non trovavano respiri su cui indugiare, le sue narici non si riempivano di nessun odoroso calore. Girava per la casa buia senza mai battere da nessuna parte, ma quell’assenza di urti tradiva il deserto della sua dimora. La barista gli serve il cappuccino e il cornetto ai frutti di bosco. Lei sorride. Si chiama Marilena, così sta scritto sulla casacca. Deve avere cinquant’anni. È bella e pare incredibilmente stanca. Ha i capelli ricci domati da un grande mollettone giallo e i suoi movimenti tradiscono un desiderio insoddisfatto. Il marito, appollaiato su uno sgabello dietro il registratore di cassa, la chiama con voce cavernosa. Lei fa finta di non sentire, guarda T e gli dice che fra cinque minuti arriveranno anche i giornali. Lui ringrazia con un cenno del capo, sorride senza riuscire a staccare gli occhi da quel mollettone. Chissà quale strana idea si deve essere messa in testa, quella donna, mentre lui, T, in testa di idee non ne ha da molto tempo. Guarda oltre la vetrata. I primi vecchi già iniziano a passeggiare sul marciapiedi, un cane si illude di prendere possesso di un tronco d’albero con un’alzata di gamba.

Seduto su una delle panchine del parchetto, circondato di piccioni in cerca di cibo, T guarda al mondo con occhi nuovi, dopo l’operazione alla cataratta. Sono le sette e mezza del mattino e fa freddo, anche se il sole inizia a scaldare il mondo, asciugandolo dall’umidità della notte. Guarda l’orologio. Alle undici deve essere a casa della più giovane delle figlie, per festeggiare il suo settantottesimo compleanno. Per regalo vuole essere accompagnato al cimitero, lì dove la madre delle sue figlie riposa da ormai dodici anni, che sono tanti e pochissimi al tempo stesso. Ogni volta che ci pensa viene scosso da un brivido. Non gli piace l’idea che sia morta da sola, in casa, e che per almeno un giorno ed una notte il suo corpo privo di vita sia rimasto riverso in corridoio, in balia delle pareti silenziose, della televisione accesa, del telefono che squillava a vuoto, del mondo che continuava a girarle intorno. E non gli piace l’idea che quella stessa cosa possa accadere anche a lui. Vorrebbe chiedere se una delle figlie è disposta ad offrirgli ospitalità, mica per niente, solo per non rischiare di morire in casa da solo, come era accaduto alla loro amata madre. Lui l’aveva sempre sostenuto che lei non avrebbe dovuto lasciarlo a quel modo, per inseguire un altro uomo che le prometteva solo giochi di prestigio, mentre lui poteva offrirle una incondizionata fedeltà. Quell’uomo era poi andato via e lei era rimasta sola. Ma le cose erano andate a quel modo e oramai non ci si poteva far nulla. Guarda ancora l’orologio. Le avrebbe preso un bel mazzo di fiori. Gialli. Non importava nome o profumo o altro. Dovevano essere gialli. Il giallo li avrebbe resi perfetti di per sé. Guarda su in alto, al cielo cristallino. Così come non aveva osato chiedere nulla alla donna che l’aveva reso tre volte padre, non avrebbe avuto coraggio per chiedere nulla a nessuna delle tre figlie. Per tutta una vita non era riuscito a chiedere nulla, se non a se stesso. Aveva imparato presto, fin da piccolo, a tenere la bocca chiusa e domandare poco o nulla, solo l’indispensabile. Fin da piccolo aveva imparato che le cose bisogna trovarsele da sé, in sé. Era stata dura, ma le cose, tutto sommato, non erano andate poi così male. Punta lo sguardo oltre l’inferriata. Il bar all’angolo sta aprendo solo adesso. T non saprebbe fare il conto di tutti i momenti morti che ci aveva passato, lì dentro. Gli viene voglia di un caffè, ma se la fa passare. Adesso solo una cosa importa. Un mazzo di fiori. E che siano gialli. Anche alle figlie piace il giallo. In realtà il giallo era il colore preferito di tutte le donne della sua vita – delle figlie, della moglie e della madre. Ultimamente pensa spesso alla madre. Non è che pensi proprio a lei, dato che quasi non riesce a ricordarne il viso, i lineamenti. La pensa in generale, in astratto. Ogni tanto si trova a ripetere l’antico richiamo, Mamma. Si diverte, Mammaaaaaa…., ma ovviamente lei non arriva, non gli risponde, non lo guarda. Fa così perché sta diventando vecchio, perché prende le pastiglie, perché ormai ogni giorno è buono per crepare, perché la sua casa è insopportabilmente vuota. Si alza in piedi. I piccioni saltellano via, neanche troppo intimoriti. Il fioraio è lì di fronte, a meno di cinquanta metri. Vuole comprare dei fiori. Li vuole gialli, come piacevano alla madre, alla moglie, alle figlie. Non sa proprio cosa altro potrebbe fare il povero, stanco T.

2 commenti su “Appunti sparsi #1 – Che ne sarà di Little T?

  1. Ivana Daccò
    febbraio 17, 2018

    Emozione. Davvero

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Questa voce è stata pubblicata il febbraio 10, 2018 da con tag , .

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