Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Philip Roth, L’umiliazione

…Axler ce la metteva tutta per essere sincero e arrivare così alle origini della propria condizione – e con questo recuperare i suoi poteri -, ma aveva l’impressione che dalle cose che diceva rivolto alla figura attenta e comprensiva dello psichiatra non affiorasse alcuna causa dell'”incubo universale”. Il che rendeva l’incubo ancor più angoscioso. Nondimeno, continuava a parlare col dottore, ogni volta che si faceva vivo. Perché no? A un certo grado di infelicità, le provi tutte per spiegare cosa ti sta capitando, anche se sai che non spiegano nulla e che sono solo una sfilza di spiegazioni mancate.

Dopo Everyman (qui) e Indignazione (qui), con L’umiliazione di Philip Roth continua questa carrellata dedicata ai molteplici modi in cui gli uomini possono andare incontro al fallimento. Questa è la storia di Simon Axler, attore di teatro ormai sessantacinquenne che, d’un tratto, subisce un crollo psichico dopo un clamoroso fallimento di recitazione durante una rappresentazione teatrale. Dopo anni di incredibili successi, ma anche periodi bui da cui si era però sempre ripreso, questa volta Axler pare proprio non avere le energie e gli strumenti per ritrovare se stesso, la fiducia in sé e nelle proprie capacità di attore. Il suo ego è in frantumi dopo la freddezza del pubblico e le feroci stroncature della critica. Questo non è sicuramente il migliore dei romanzi di Roth, ma è comunque illuminante per comprendere fino a che punto l’artista, perse l’ispirazione ed il talento, possa rimanere solo con se stesso, disarmato e senza strumenti…costretto ad un abbraccio fatale con quell’uomo che in realtà è e che forse non ha mai veramente coltivato.

Fin da giovane Simon aveva vissuto immerso in una rappresentazione priva di confini, dove gli eventi si susseguivano senza che mai calasse il sipario. Ipnotizzato dalle parole che sentiva e pronunciava, non vi era mai stata, per lui, una vera distinzione fra il palco e la vita fuori di scena. Lui era attore e trasformava in attore chiunque gli si avvicinava. Questo, semplicemente, era il suo modo di esistere, il suo elemento. D’un tratto, però, viene violentemente estromesso dalla scena e gettato nel mondo – privo di una parte in cui credere fermamente, privo di una vera identità. E così sente di essere sul punto di impazzire ma, sconnesso come è, scisso in sé, non riesce a capacitarsi o a credere veramente alla follia che lo sta lentamente travolgendo. Quello che dovrebbe essere, sentire e pensare gli pare, a sua volta, una parte mal recitata, mal pensata e malamente scritta. Non può nemmeno permettersi, allo stato delle cose, di soffrire in modo chiaro, immediato, onesto. La falsità della sua posizione lo segue ovunque, come calcava prima il palcoscenico del teatro, così adesso scivola fra le vie del mondo, indugia sul pavimento della sua casa. Il matrimonio di Simon va in pezzi, la moglie lo abbandona e lui, terrorizzato dal suo stesso desiderio di togliersi la vita, prepara una valigia e si fa ricoverare in un istituto psichiatrico. Per ventisei giorni si sottopone alla terapia, partecipa ai stanchi rituali fatti di colloqui, attività di ogni genere, intreccia timidi rapporti con gli altri pazienti dell’istituto. Anche qui, però, i colloqui non gli appaiono mai veramente reali, ma sempre artefatti, frutto di un lavoro a tavolino o, in generale, di pessime imitazioni dei grandi modelli della drammaturgia: “Tutti gli altri sedevano in un cupo silenzio, internamente tesi e intenti a ripassare fra sé – nel lessico della psicologia pop o dell’oscenità da trivio o della cristiana sofferenza o della patologia paranoide – gli antichi temi della letteratura drammatica: incesto, tradimento, ingiustizia, crudeltà, vendetta, gelosia, rivalità, desidero, perdita, disonore e lutto“.

Quando torna a casa, il mondo e il lavoro si ripresentano presto alla porta sotto la veste di un certo Jerry Oppenheim, l’agente di Axler. Simon, però, rifiuta categoricamente una proposta per una nuova parte da interpretare. Ha troppa paura. D’un tratto, del tutto inaspettata ed aliena dalla sua vita, alla porta della sua casa si presenta Pegeen Mike Stapleford, la figlia quarantenne di due vecchi amici attori di Simon. Lui quella donna l’aveva vista appena nata, attaccata al seno della madre e adesso se la ritrovava lì alla porta: una lesbica di quarant’anni vestita da maschiaccio, appena uscita da una travagliata relazione e pronta ad una nuova storia, ma questa volta con un uomo e questo uomo era lui.

E pensare che prima del suo arrivo lui era sicuro di avere chiuso: chiuso col teatro, con le donne, con la gente, chiuso per sempre con la felicità. Da oltre un anno aveva gravi disturbi fisici…aveva ricominciato a pensare di uccidersi…poi Pegeen passò di lì.

Inizia una storia fatta di trasformazioni. Pegeen, per mezzo di Axler, assume sempre più i caratteri di una comune donna eterosessuale – nuova pettinatura, vestiti più femminili, una vita di coppia con un uomo – mentre Simon, per mezzo di Pegeen, ritrova lentamente fiducia in sé e nella vita. Ne acquista tanta, di fiducia, da arrivare persino a fidarsi di questa donna ambigua, magnetica e che conosce appena. Ed eccolo a costruire una nuova storia, una storia che esiste però solo nella sua mente. Vorrebbe diventare padre e riprendere a recitare, impersonare un ruolo. Axler, al principio scettico e titubante, incapace di fidarsi veramente perché consapevole che presto, molto presto, i rapporti di forza fra lui e Pegeen sarebbero mutati – ovviamente in favore di lei, più energica e forte e più giovane di venticinque anni – ma alla fine si lascia andare e, ovviamente, viene abbandonato.

Cosa è l’umiliazione? A leggere questo romanzo verrebbe da dire che l’umiliazione è uno stato, qualcosa che si fa largo ovunque prenda il sopravvento il sentimento di essere fuori posto, lì dove regna l’incertezza su di sé e la propria condizione. L’umiliazione è un improvviso crollo di sé, un farsi terribilmente umili, ma di una umiltà non raggiunta mediante uno sforzo ed una adesione più o meno consapevole alla realtà. L’umiliazione è il franare della propria idea di sé a partire dalla violenza del mondo o di quella che ci si può auto-infliggere. In questo senso L’umiliazione è, in fondo, percorso dalla stessa massima che echeggia dalle pagine di Everyman e Indignazione:La strada di un uomo è disseminata di trappole“. Così, a partire dalla consapevolezza della necessità di incappare nella trappola delle trappole, ossia la morte, il resto della vita deve essere inteso come un continuo e perpetuo vigilare su di sé e il mondo – ma in una partita persa in partenza. Simon Axler, tuttavia, non rinuncia al diritto di riprendersi la scena. Solo così, tornando potentemente a confondere e a perdere se stesso nel personaggio, può lanciarsi nell’ultimo e disperato tentativo di sottrarsi all’umiliazione, di rispondere all’oltraggio.

Quando, qualche giorno dopo, il suo corpo fu scoperto sul pavimento del solaio dalla donna delle pulizie, accanto a lui c’era un biglietto di nove parole. “Il fatto è che Konstantin Gavrilovič si è sparato”. Era l’ultima battuta del Gabbiano. Ce l’aveva fatta, il famoso mattatore, tanto osannato un giorno per la forza della sua recitazione, l’uomo che ai suoi tempi riempiva i teatri delle folle che accorrevano a vederlo.

4 commenti su “Philip Roth, L’umiliazione

  1. ilmestieredileggereblog
    gennaio 26, 2018

    il tema della finzione (e dell’illusione) che torna sempre a galla… persino la sofferenza può sembrare una finzione…

    • tommasoaramaico
      gennaio 27, 2018

      È uno degli aspetti più interessanti del romanzo. Ricondurre/ridurre persino la sofferenza ad uno dei possibili ruoli da interpretare. È la scissione di Simon, ma è anche la separazione di chi non si è veramente preso “cura” di sé.

  2. Guido Sperandio
    gennaio 26, 2018

    Gli scrittori di razza… bastano poche righe.
    Bella recensione.
    Certo, la comprensione viaggia sul filo del rasoio, interpretare esattamente i moti e contromoti nella testa di quell’Axler, specie nel finale non è facile.

    • tommasoaramaico
      gennaio 27, 2018

      È vero. Saltando la linea di confine tra vita e recitazione, mondo e palcoscenico, allora nulla di veramente chiaro ed univoco può essere affermato, a meno che non si rinunci una volta per tutte a queste stesse distinzioni…allora tutto cambia.

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Questa voce è stata pubblicata il gennaio 26, 2018 da con tag , , , .

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