Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Ringraziare…un anno dopo

Un anno fa usciva Ringraziare, risultato di un considerevole sforzo e di numerosi salti mortali. Sono andato a rivedere i post che ho scritto per l’occasione, tanto quello preparatorio, tutto incentrato sul tentativo di recuperare il senso del termine ringraziare (qui), tanto quelli di vera e propria presentazione (qui e qui). Sono andato a rileggere le mail che mi avevano scritto alcune persone, amici e sconosciuti che avevano apprezzato il romanzo, così come la bella, puntuale, nonché lusinghiera recensione di Ivana Daccò sul suo blog – La libraia virtuale (la trovate qui). C’era, tuttavia, qualcosa che non tornava, e così, non pago – ma solo perché per strane congiunzioni astrali avevo una giornata di vera pausa – mi sono deciso a rileggerlo per intero e per l’ennesima volta, ma a distanza di un anno. E, lo devo ammettere, mi sono divertito. Benché appartenga ormai inevitabilmente ad una fase precedente, è comunque riuscito nuovamente ad attirare tutta la mia attenzione. Allora ho capito cosa non tornava, mentre rivedevo tutto quel materiale. Ho compreso il senso di quella sensazione di squilibrio. L’anno scorso, effettivamente, mentre Ringraziare faceva il suo timido, riservatissimo ingresso nel mondo, io ero già occupato e tutto preso da un altro progetto, da un’altra idea e, in qualche modo, non gli ho riservato le giuste attenzioni. Ho compreso di aver dedicato troppo poco tempo e troppo poche energie per attirare un minimo di attenzione sui suoi deboli vagiti. Per questo ho deciso di scrivere (tardivamente, me ne rendo conto) questo post per ri-presentare Ringraziare. Nel farlo, però, voglio ridurre al minimo le mie parole – ce ne sono già molte – e fare un passo indietro, cercare di tapparmi la bocca e lasciar-parlare l’opera stessa per mezzo dei personaggi che la popolano. Non presentandoli tutti, ovviamente, e non solo perché sono troppi, ma anche perché – benché siano tutti fondamentali nell’economia generale dell’opera – solo alcuni di loro sono centrali, ossia funzionano da ingranaggi per articolare e mettere in movimento il vero protagonista dell’intera vicenda, Samuele (Sammy) Muscarà. Prima di passarli in rassegna vorrei lasciare spazio ad una immagine. Sì, perché nel tentativo di costruirmi una scaletta mentale adesso mi sono ricordato di uno schizzo che allora si era rivelato decisivo per dar vita ad un buon ingranaggio, dove tutte le parti fossero ben assemblate. Quello schizzo era venuto fuori per caso, ma è stato per me fondamentale. Ho ripreso la cartellina verde dove ho conservato appunti, schizzi, un gran numero di schemi, tavole sinottiche, tabelle, quaderni e taccuini relativi a Ringraziare. Questo schizzo lo uso qui come una quarta di copertina: è una mappa poco comprensibile e in cui è difficile orientarsi – lo ammetto – ma è forse per questo che è così fedele alla struttura del libro e all’intima vicenda del suo protagonista: è fatta di strade a senso unico, vicoli ciechi e sentieri interrotti dove tutto è mosso da un desiderio che (forse) riconosce se stesso solo dopo un lunghissimo percorso.

Il romanzo inizia (più o meno) così:

Sammy ha tutta la strada per sé. Corre lungo la SS217 con i finestrini abbassati facendo entrare nella station wagon color melanzana l’aria calda di quei primi giorni di maggio. I suoi lunghi capelli castani svolazzano, sciolti; è distratto da certi pensieri, si guarda la lingua allo specchietto retrovisore. Tira sulla fronte gli occhiali dalla sottile montatura rossa e sgrana gli occhi per controllare il colore della pupilla. Lo sguardo cade sulla foto tessera che lo ritrae con Lux e Teo. Risale a poco tempo prima, al giorno del secondo compleanno del figlio. Cristo, pensa, è già passato un altro anno. Nella foto, la bocca di Lux, ha gli angoli che puntano verso il basso, mentre le labbra di Teo sono aperte in un sorriso e gli occhi sono scintillanti. Sammy fatica a definire la sua, di espressione, in quella foto. Mentre è lì a far tutto fuorché guidare un clacson lo riporta alla realtà. Un camioncino blu è sempre più vicino e si fa sempre più grande. Sammy preme sul freno e Wendy, così si chiama la sua station wagon color melanzana, rallenta e sbanda leggermente sulla destra. Due ruote lasciano l’asfalto e vanno sull’erba, che è soffice e scivolosa. Wendy e il furgoncino si incrociano senza toccarsi. Sammy riporta la macchina sulla strada e sbuffando controlla il display del cardiofrequenzimetro che porta al braccio da quando quell’estate se l’era vista brutta.

Sammy ha una moglie, Lux, che da tempo ha smesso di rivolgergli la parola

Lux è sul divano con le gambe incrociate e la schiena dritta. I lunghi capelli castani raccolti in una cipolla sono tenuti su da una matita spuntata. È immobile, lo sguardo rivolto alla finestra accostata. Se ne sta lì, chiusa in un silenzio che vuole dire qualcosa. Lo studiolo è in perfetto ordine. La polvere è stata tolta dalla libreria e dallo scrittoio. I cuscini del divano sono stati ravvivati e ben disposti. Il tappeto è stato sbattuto e la televisione è accesa a basso volume. Il tavolino da quattro soldi è perfettamente pulito e sgombero di tutto, fuorché d’una scatoletta bianca e di una specie di termometro. Lux fissa Teo e il bambino prende l’oggetto misterioso e lo consegna a Sammy, «Papà» dice «questo è per te.» La scena è stata preparata. Qualsiasi coglione capirebbe di cosa si tratta, ma lui batte le palpebre un paio di volte e guarda Lux, che lo invita a sedere con uno sguardo.

…e un figlio, Teo, che è pura parola

Sammy è in camera. Teo agita le braccia e le gambe, «Papà» ripete, ancora con gli occhi chiusi. È stata la sua prima parola. Papà. Quante volte la ripete nell’arco d’una giornata? Bisognerebbe contarle. Sammy lo prende in braccio e nel preciso istante in cui sistema la guancia sulla sua spalla, Teo sta già dormendo.

Il problema di Sammy è che per tentare di realizzare il suo desiderio cerca aiuto nelle persone sbagliate, come nel padre, Cassio Muscarà, che prima promette di aiutarlo, ma poi lo tradisce.

Quando la donna apre la porta che dà direttamente su di uno squallido soggiorno, lo trova steso sul divano in mutande e camicia. Il padre è così sorpreso di ritrovarselo lì che non ha nemmeno la buona idea di tirarsi su in piedi. Rimane steso, il petto magro che si alza e si abbassa, le mani che stringono i cuscini di stoffa marrone. Alla fine è Sammy a dare il via ai giochi, «Alzati, pa’.» E allora il padre si tira su in piedi. È sempre magro, i capelli sono sempre bianchi, le gambe sottili, i baffi grigi e le orecchie troppo grandi rispetto al volto, però c’è qualcosa di nuovo. Sembra più giovane. Sammy agita una mano quando il padre si scusa per essersi fatto trovare in mutande in quell’occasione che non è esagerato definire storica, almeno per il loro merdoso rapporto. Sempre più confuso, Cassio Muscarà cerca di presentargli la donna che l’ha guidato fin dentro il loro covo e che conosce da molti anni, quindi crolla sul divano e si mette le mani fra i capelli. Quanto è diventato teatrale.

…ma anche la madre, Soma, lo tradisce.

Al piano di sopra c’è un altro salone, enorme, e poi un bagno, la camera da letto dei genitori e la cucina. Sente l’odore di Soma. È veramente possibile sentirlo da lì? Non lo sa, ma è comunque insopportabile. È forte come non lo sentiva da tempo. Cardio non segna alcuna anomalia nel suo battito, ma Sammy deve fermarsi per riprendere fiato. La trova in cucina, stesa sul divano davanti alla televisione accesa. Chissà da quanto tempo sa della sua presenza. Quella particolare influenza dello spirito che l’affligge da sempre l’ha resa tremendamente ricettiva, sensibile fino alla disperazione a tutto ciò che avviene nella casa.

…e con loro Paride, il fratello.

I due fratelli si concedono una bella dose di silenzio, poi Paride si volta per cercare il figlio. In fondo allo spiazzo c’è Marcus che stringe il pallone al petto, come per difenderlo dall’enorme cane randagio uscito fuori dal nulla. Sammy si fa avanti, «Lo scanno io quello stronzo», e alza al cielo il suo bastone. Paride smadonna e con passo deciso si avvicina al figlio. Senza urlare dice al ragazzino di stare calmo e di non muoversi. Il grande cane bianco si accorge di Paride e inizia ad innervosirsi, abbaia verso la strada e fa un paio di giri su se stesso. Paride raccoglie due pietre da terra, ma il cane, che non è nato ieri, l’ha visto e adesso sembra incazzarsi di brutto. La bestia lascia perdere Marcus per puntare Paride, che è piccolo e magro. Solo che quella generale magrezza, combinata al pizzo lungo e agli occhialoni da sole gli danno un’aria vagamente minacciosa. Quando sono ad una decina di metri l’uno dall’altro, Paride gli scaglia contro le due pietre. Il cane è in fuga. Attraversa lo spiazzo e va a buttarsi in un canneto. Paride ha le palle. Dopo aver fissato il randagio battere in ritirata, si volta verso il figlio togliendosi gli occhiali da sole per gustarsi il meritato trionfo. Il problema, però, è che Marcus è piegato a terra, in lacrime. Adesso Paride corre, sempre smadonnando. Sammy raccoglie da terra la cicca che il fratello ha lasciato cadere e fumando si avvicina, sempre zoppicando. Una delle pietre ha colpito il ragazzino ferendolo al ginocchio. Paride continua a smadonnare. Si prende delle piccole pause per dare le spalle al figlio e vomitare. È uno tosto, ma se gli fai vedere un taglietto e due gocce di sangue sbarella di brutto. Fra un conato e l’altro riesce a dire al figlio che non è successo nulla e che gli dispiace da morire. Marcus smette di piangere, ma è piuttosto confuso. Ha lo stinco e le scarpe da ginnastica sporchi di sangue.

Ce ne sono altri, di personaggi, ma a questo punto è necessario concludere e per concludere si deve rimandare al principio, al protagonista dell’intera vicenda, a Sammy Muscarà. Troppo difficile trovare un passo adatto (non che facile lo sia stato per gli altri), poiché il suo agire si articola secondo un desiderio che si oppone alle resistenze di tutti quelli che lo circondano. Per questo il suo essere, le sue idee, azioni ed intenzioni vengono in qualche modo plasmate lungo questa lotta. Ne servirebbero diversi, di passi, per rendere il senso di questi passaggi, ma dato che mi sono imposto di sceglierne uno solo, di passo, allora lo farò in modo del tutto personale. Perché se è vero (lo è per me) che Letteratura è il tentativo di Dire ad Altri d’Altro, è però anche pur sempre vero che la motivazione è sempre individuale ed è sempre da ricercare in uno slancio che deve prendere forma entro la cornice di uno Stile (e cioè all’interno e per mezzo di regole e leggi).Ogni vero operare è offerto come dono a chi incessantemente si aspira, come offerta delle offerte, come unica possibile forma del ringraziare, appunto…

Prima o poi Lux tornerà a parlare. Sarà obbligata a farlo. Urlerà, così come era già stato per Teo. E qualcuno che lui ancora non conosce e che sta crescendo, imparerà a dire papà, proprio come Teo. E allora lui dovrà contare tutte le volte che si sentirà chiamato in causa. Contare lo aiuterà a farcela…È stata Lux a dirglielo, tu devi ringraziare.

2 commenti su “Ringraziare…un anno dopo

  1. Ivana Daccò
    dicembre 17, 2017

    In effetti, credo che dovrei anch’io, sulla distanza, rileggere.
    E sicuramente invito chi non lo ha ancora fatto, a farlo.
    Mentre aspetto il tuo prossimo romanzo.

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Questa voce è stata pubblicata il dicembre 16, 2017 da con tag , , , .

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