Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Philip Roth, Indignazione

È a questo che serve l’eternità, a sguazzare nelle minuzie di una vita? Chi avrebbe immaginato di avere a disposizione un tempo infinito per ricordare ogni istante della vita in ogni minimo dettaglio? O forse questo è il mio tipo di vita ultraterrena, e come ogni vita è unica, così lo è anche ogni vita ultraterrena…Non ho modo di stabilirlo. Come in vita, conosco solo quel che c’è, e in morte quel che c’è consiste in quel che c’è stato. Non solo sei incatenato alla tua vita mentre la vivi, ma non te ne liberi neppure dopo essertene andato […]. Chi avrebbe potuto mettermi sull’avviso? E la morte sarebbe stata meno terrificante se avessi saputo che non era un infinito nulla ma un eterno rimuginare della memoria su se stessa?

La morte aleggia su tutto: è prospettiva futura, rovescio di ogni aspirazione, termine ultimo del desiderio, presenza silenziosa nelle pieghe del nostro agire. La morte era il tema di Everyman (qui), così come – in relazione al problema della scelta – lo è di Indignazione. Marcus Messner è un giovane di belle speranze che vive con la famiglia nella comunità ebraica di Newark. Ha voti alti a scuola, frequenta le giuste compagnie e nei periodi di vacanza aiuta il padre nella macelleria Kosher di famiglia. È il primo esponente della sua famiglia ad ambire agli studi universitari, e per questo è frutto lucente degli sforzi di generazioni in vista dell’emancipazione culturale e sociale. Certo, il mondo sta cambiando assai velocemente e nessuno, in un mondo così complesso, ha le capacità per leggere con lucidità nella trama degli eventi. Siamo negli anni Cinquanta e a Newark apre il primo supermercato con all’interno un banco di macelleria che vende carne a prezzi incredibilmente concorrenziali, e poi c’è la Guerra fredda (incarnazione della morte in quegli anni) a gettare un’ombra scura sul futuro di tutti.

Circa due mesi e mezzo dopo che il 25 giugno 1950 le ben addestrate divisioni della Corea del Nord, armate dai comunisti sovietici e cinesi, avevano attraversato il 38° parallelo invadendo la Corea del Sud, e le sciagure della Guerra di Corea avevano avuto inizio, io avevo cominciato a frequentare il Robert Treat, un piccolo college nel centro di Newark.

Le linee della Storia e quelle di una vicenda particolare, o individuale, si intersecano indissolubilmente. Marcus è cresciuto a Newark, tutti lo conoscono, l’hanno visto crescere fino a diventare un “giovanotto distinto e forbito che passava il manzo nel tritacarne“, un ragazzo con la testa a posto, che segue le orme e gli insegnamenti del padre – si fa quel che va fatto. E non solo in macelleria (dove, anche se è cosa rivoltante, c’è da prendere un pollo, spennarlo e incidergli il culo, allargarlo, infilarci dentro una mano e strappare via le viscere) si fa quel che va fatto – no, questa massima va estesa alla vita nella sua interezza. La vita va vissuta all’insegna dell’abnegazione e del dovere. A un certo punto, però, l’equilibrio si spezza e quel rapporto padre-figlio, fino a quel momento idilliaco, si rovescia in un rapporto infernale.

…e noi due non eravamo mai stati così felici insieme. Eppure poco tempo dopo ebbe inizio la distruttiva lotta fra di noi: Dove sei stato? Perché non eri a casa? Come faccio a sapere dove sei quando esci? Sei un ragazzo con un magnifico futuro davanti…come faccio a sapere che non vai in posti dove potresti farti ammazzare?

Il rapporto si spezza lì dove ci sono un ragazzo che si affaccia alla vita ed un padre che non trova le forze per lasciarlo andare, un padre che, d’un tratto, sembra essere diventato estraneo al figlio, un padre che pare aver dimenticato che quello stesso figlio aveva più volte dato prova del proprio valore. Forse non è per la sorte del figlio che questo uomo ha paura, ma per la propria: un figlio che cresce e diventa un uomo getta inevitabilmente sul padre l’ombra sinistra della morte. Come in ogni lotta che si rispetti nessuna delle due parti arretra e, alla fine, il giovane Marcus lascia il Robert Treat College e, dopo un primo anno all’insegna di voti eccellenti ed insegnanti di alto livello, si sposta in un piccolo college sperduto nelle campagne dell’Ohio centrosettentrionale, a ottocento chilometri da casa – il college di Winesburg. E da qui, adesso veramente fuori la portata degli occhi e della bocca del padre che inizia tutta un’altra storia. Determinato ancora a fare quello che deve fare e cioè essere il primo studente del suo corso e gettare le basi per un futuro glorioso, Marcus in realtà inciampa in un incidente dopo l’altro. Non apprezza i nuovi insegnanti, fatica ad inserirsi nella vita sociale del college, alza muri contro chi vuole introdurlo in nuovi contesti, rifiuta gli inviti di altri studenti che lo vorrebbero nelle loro confraternite. Ma lui nulla, non ha intenzione di farsi distogliere dal proprio obiettivo. E così studia e lavora in una birreria per racimolare qualche soldo. E tutto perché fuori dal campus, per lui, non c’era altro che il conflitto ed una morte certa in Corea. Certo, però, un altro obiettivo c’è: “ero determinato ad avere un rapporto sessuale prima di morire“. È a questo punto che si materializza la figura di Olivia Hutton. L’incontro con questa ragazza piena di problemi introduce il giovane Marcus nel mondo del sesso e della trasgressione e imprime una nuova, decisiva accelerazione agli eventi. Anzi, è proprio dopo questo incontro che il racconto di Marcus si esplicita, dichiarandosi discorso di un morto o, almeno, di un non-vivo condannato ad una apparentemente eterna coscienza di sé, di una coscienza di sé che è racconto continuo o rimuginio. Moderno e patetico Amleto, Marcus perde di continuo il filo nel tentativo di pensare la morte o, meglio, alla sua condizione dopo esser morto: “Qui non è la memoria che cade nell’oblio, ma il tempo. E non c’è tregua, perché la vita ultraterrena è anche priva di sonno. A meno che sia tutto sonno…“.

Il giovane Marcus non comprende il mondo e si sente perennemente sotto attacco. Nulla sembra bastare e nessuno pare disposto a riconoscere i suoi sforzi e meriti. Marcus Messner non sembra in grado di scendere a compromessi – se non per Olivia – e questo lo porta a cambiare stanza per ben due volte, incapace come è di adeguarsi al sistema di vita dei compagni. Per questo viene convocato dal decano Caudwell contro cui, incapace di trattenersi, si scaglia con lunghe citazioni da Russell, il celebre logico-matematico noto per il suo ateismo. Le giornate di Marcus si fanno sempre più fosche e confuse, mentre il padre, che non si è mosso da Newark, ormai vive in una dimensione quasi parallela, che diremmo di pura follia se non sapessimo, già a quest’altezza del racconto, che Marcus andrà di fatto a cacciarsi nei guai. Il macellaio di Newark, che non ha studiato e non si è mai mosso dalla sua macelleria e dal suo quartiere, sembra dotato di capacità profetiche. Il ragazzo pensa e progetta di tornare indietro, verso casa, prima che sia troppo tardi, ma forse era già troppo tardi, e quindi non parte. Il passo successivo è abbandonare, anche se solo per una volta e per una questione di poco conto, la regola aurea che il padre gli ha consegnato: fare quello che deve esser fatto. Nulla di più. Ed ecco che, espulso dal college per aver pagato un compagno di corso per frequentare al suo posto delle semplici riunioni, la Storia affonda gli artigli su Marcus Messner e lo porta di peso nel conflitto coreano, lì dove trova la morte, svelando (anche se la trama risulta piuttosto prevedibile) il senso dell’intera vicenda.

I tentativi da parte di due soldati di sanità per fermare l’emorragia del soldato Messner e praticargli una trasfusione si rivelarono inutili, e cervello, reni, polmoni e cuore – tutto – chiusero i battenti poco dopo l’alba del 31 marzo 1952. Adesso era morto davvero, non più sotto morfina e ben oltre le reminiscenze da essa indotte…

E tutto questo solo perché non aveva intenzione di seguire delle semplici funzioni nella cappella del College, lui che aveva sempre mostrato di saper tenere duro per questioni ben più complesse. Morto a diciannove anni in Corea, lui che sembrava avere davanti a sé un futuro radioso, lui che non era però riuscito a comprendere il significato profondo che alimentava i folli timori che si erano impossessati dell’amato padre…la terribile verità della vita…

…il terribile, incomprensibile modo in cui le scelte più accidentali, più banali, addirittura più comiche, producono gli esiti più sproporzionati.

6 commenti su “Philip Roth, Indignazione

  1. Guido Sperandio
    novembre 11, 2017

    “le scelte più accidentali, più banali, addirittura più comiche, producono gli esiti più sproporzionati”, quant’è vero.

    • tommasoaramaico
      novembre 11, 2017

      È spaventosamente vero. Sproporzionati nel bene così come nel male. Proposizione che fa saltare ogni nostra pretesa capacità di controllare la nostra vita…

  2. Renza
    novembre 12, 2017

    Bellissima recensione davvero. Inquietante, questo romanzo, come molti degli scritti di Philip Roth, che trasmettono sempre, nella scrittura elevata, un senso di disagio e di malinconia, pur se sarcastica. Ciò che mi colplsce di più e mi inquieta è quell’ idea della morte- che tu riporti in esergo- come eterno rimuginare della memoria su se stessa. Dunque non lo stato che non sopporta disturbi e che si è riluttanti ad abbandonare https://costellazioniletterarie.wordpress.com/2017/06/23/resurrezioni-caravaggio-e-lucano/; nè lo stato del nulla di Lazzaro https://tommasoaramaico.com/2017/08/30/leonid-andreev-lazzaro/.
    Inutile pregare nel porto quiete, perchè non l’ oblio troveremo, ma l’ eterno rimuginare della memoria. Non so Ian Testa, ma io sono alquanto angosciata …

    • tommasoaramaico
      novembre 12, 2017

      Sì, Io mi sono addirittura permesso di citare Amleto (anche se in forma patetica), ma molti sarebbero i riferimenti (bellissimo il post di dragoval). A proposito del tema della morte e dell’agire che proprio a partire dall’onnipresenza della morte si carica di senso…si apre un ventaglio di riferimenti da far girare la testa. Io non mi ci raccapezzo. Ian la tua testa la scuote – a dir poco perplesso.

  3. Sara
    novembre 20, 2017

    Grazie per l’interessante recensione, ho un paio di libri proprio di Roth sugli scaffali, pronti per essere letti.

    • tommasoaramaico
      novembre 20, 2017

      Grazie a te. Leggere Roth è un piacere da centellinare. Buona lettura.

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Questa voce è stata pubblicata il novembre 11, 2017 da con tag , , , .

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