Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Jonathan Franzen, Zona disagio

La casa di mia madre a Webster Groves era buia, tranne che per una lampada temporizzata in soggiorno. Aprii la porta, andai subito verso lo scaffale dei liquori e mi versai una robusta dose di alcol, come mi ripromettevo di fare da quando ero salito sul primo dei due aerei che mi avevano condotto fin lì. Mi sentivo una specie di vichingo, in diritto di saccheggiare tutte le provviste a portata di mano. Stavo per compiere quarant’anni, e i miei fratelli maggiori mi avevano affidato il compito di andare in Missouri a scegliere un agente immobiliare per la vendita della casa. Finché fossi rimasto a Webster Groves ad agire per conto di eredi, lo scaffale dei liquori sarebbe stato mio.

Cosi si apre Zona disagio, autobiografia di Jonathan Franzen, lo scrittore americano reso celebre da Le correzioni prima, e Libertà poi. Per chi lo abbia letto, sa quanto importante sia in questo autore il tema della famiglia e di come, nelle sue opere, la famiglia e gli individui che la compongono siano sempre calati ed imbevuti di presente, del contesto storico in cui si trovano a vivere e ad operare (contesto di cui sono espressione e in cui vengono chiamati a decidere). Se ne Le correzioni questo compito era incarnato dalla famiglia Lambert, una operazione simile, benché con un diverso punto di partenza ed approdo, è messa in opera anche qui, dove al centro troviamo le vicende personali dello scrittore e della famiglia Franzen.

Tutto ha inizio con la morte della madre e l’arrivo dello scrittore nella casa vuota con il compito di metterla in vendita. Il tentativo stesso di prepararla e renderla presentabile agli agenti immobiliari diventa di fatto un passaggio ad una diversa dimensione temporale. Dimensione che non è nostalgica, ma vissuta all’insegna di una indagine razionale, minuziosa, a tratti piena di astio e vecchi rancori. Nel silenzio della casa presto si materializza lo spettro di una madre morbosa, sopraffatta dal disperato bisogno di essere al centro delle vite dei figli e di determinarle dall’alto secondo una visione del mondo e dei criteri di giudizio vissuti come assoluti ed indiscutibili. Dall’altro lato c’è un padre silenzioso, espressione della laboriosità dell’americano medio che crede nell’individuo e nella necessità di affermarsi contro ogni forma di lassismo. È una morale vagamente puritana quella che vige in casa Franzen e che al giovane Jonathan pare incomprensibile e fuori dal tempo perché dogmaticamente rigetta come rozzo godimento tutto quanto vada oltre o pretenda di prescindere dal lavoro, dalla tradizione, dalla famiglia.

Attraverso la vita di Franzen si passa dall’uragano Katrina alle falle dell’amministrazione Bush, si fa un salto nel tempo per ritornare alla sua infanzia e prima giovinezza, al periodo dei fumetti e all’amore per i Peanuts. Ci sono gli sconvolgimenti famigliari per un fratello ribelle che, in linea con un’intera generazione, voleva mollare il sentiero tracciato per lui dai genitori e fare qualcosa di nuovo. Si assiste ad una analitica e minuziosa descrizione della classica comunità americana di un sobborgo ricco, dove si concentra la classe media benpensante, fortemente attaccata alla tradizione ed alla religione. Ci sono gli anni della Comunità religiosa per ragazzi, le prime esperienze fuori di casa, il primo contatto con le ingiustizie, le scelte sbagliate, l’abbandono (degli altri) alle droghe ed al sesso.

Anche se non me ne rendevo conto, nel paese era scoppiata un’epidemia. I tardo-adolescenti dei sobborghi come il nostro erano improvvisamente usciti di senno, scappavano in altre città per fare sesso ed evitare il college, ingerivano ogni sostanza su cui riuscivano a mettere le mani, non si limitavano a scontrarsi con i genitori, ma rifiutavano e spazzavano via tutto ciò che li riguardava. Per un po’ i genitori furono sopraffatti dalla paura, dalla confusione e dalla vergogna, tanto che ogni famiglia, soprattutto la mia, si mise in quarantena e soffrì in solitudine.

Arriva poi il periodo dell’uscita nel mondo, quello delle scuole superiori. La sensazione che tutto, nella sua vita di adolescente, fosse errato, inutile o da spazzare via. Il padre, detentore di una visione del mondo priva di sfumature, è sempre pronto a sentenziare: “Una serie infinita di piaceri“. Mentre, al contrario, emerge un autoritratto contraddittorio e desolante: “…la mia morte sociale era stata gravemente predeterminata. Avevo un ampio vocabolario, una voce vertiginosamente stridula, gli occhiali con la montatura di corno, le braccia mingherline, l’impulso irresistibile di gridare battute per nulla divertenti, una conoscenza quasi eidetica di J. R. R. Tolkien, un grande laboratorio di chimica nel seminterrato…“. Il racconto continua con gli studi più avanzati, il soggiorno in Germania, la lettura di Kafka (con relativo rigetto), Rilke, Goethe. E, infine, la netta presa di posizione a favore dell’ecologismo e dell’ornitologia – temi poi centrali in Libertà. Ci sono i fallimenti sul piano sentimentale, ma anche l’impossibilità di decidersi a diventare padre, così come di accettare una posizione, quella ecologista, che contrasta nettamente con quello che l’americano medio considera un suo sacrosanto diritto: consumare. Sprecare. Sperperare.

Senza dubbio io, un individuo alla ricerca di appagamento negli anni Novanta, avevo qualche difficoltà con la logica disinteressata dei miei genitori. Privarmi di un piacere a portata di mano, perché? Fare docce più brevi e più fredde, perché?…Darmi pensiero per la foresta pluviale amazzonica, perché?…Poi mia madre morì, e io andai a fare bird watching per la prima volta…

Non è bruciante, né corrosiva o commovente o particolarmente irriverente, questa autobiografia. Però leggerla è stato interessante ed istruttivo. Per due motivi. Da una parte perché è un lucido specchio dell’America negli ultimi decenni e dall’altra perché è servito a chiarificarmi il mio rapporto con questo autore (e, quindi, con un certo tipo di scrittura). Fermo restando che Le correzioni è un romanzo splendido, ricordo però il senso di disagio a fine lettura di Libertà (mi riservo, in futuro, di spendere qualche parola su La ventisettesima città, romanzo di Franzen che merita un trattamento a parte). Non c’era nulla che non andasse, in Libertà, tutto era al suo posto, e però non ero riuscito ad apprezzarlo veramente, anche se non ne avevo ben compreso il motivo. Una lucina si è accesa mentre leggevo questa autobiografia, soprattutto lì dove Franzen parla del suo primo, negativo, approccio a Kafka e, in particolare, a Il processo, nei cui confronti prova fastidio per la non-credibilità di fondo dell’intera vicenda. In quel momento mi è tornato in mente un pezzo del noto scrittore italiano Tommaso Pincio che tempo fa lessi a proposito di un intervento critico di Franzen su William Gaddis e la sua opera (di Gaddis ho parlato qui). È passato un po’ di tempo, ma se non ricordo male, il succo dell’intervento di Franzen era questo: i romanzi di Gaddis, su tutti Jr, sarebbero volutamente incomprensibili e porterebbero il segno del suo insuccesso di pubblico e critica: sarebbero il risultato di un sentimento astioso e di una volontà di vendetta. Franzen, forse un po’ sbrigativamente, asserisce che il succo dell’opera di Gaddis sarebbe questo: “L’America fa schifo”. Ripensando ai romanzi di Gaddis la prima cosa che mi viene in mente è di averli apprezzati proprio per il loro carattere labirintico, per la complessità che non inficia la possibilità di comprensione ma che invita ad un serio sforzo ermeneutico. Quello di Gaddis è un serio invito all’ascolto, ad una lettura attenta che non se ne fa nulla (ed in questo senso è sì indisponente – cioè non disposto a farsi comprendere) del lettore superficiale che vuole “passare il tempo” leggendo una bella storia, una storia che funziona, che scorre e che sia credibile. Un romanzo che, quindi, diventa inevitabilmente un possibile oggetto di consumo. Ecco che la comprensibilità e la credibilità delle trame e degli eventi dei romanzi di Franzen (del Franzen di Libertà) sono esattamente quello che mi hanno lasciato perplesso. Riserva nei confronti della freddezza cristallina di una letteratura improntata ad una razionalità e (non posso fare a meno di dirlo) ad un ottimismo di fondo che rassicurano e che certo hanno poco a che spartire con ben altre scritture – che mi sono ben più congeniali. Ce ne sono tante, al contrario, di scritture più opache, viscose, e non mi riferisco solo ai grandi capolavori della letteratura, ma anche a quei sentieri poco battuti dove si incontrano anche certi scrittori meno noti che hanno scritto opere inevitabilmente destinate ad un pubblico numericamente poco rilevante (in una ottica di consumo di storie). In questo contesto sono uscite fuori, come esempi folgoranti, la scrittura di un autore del calibro di Gaddis, mentre, sullo sfondo, si staglia l’ombra di Kafka, di quel Kafka che non aveva di certo un “laboratorio di chimica nel seminterrato” e che nei suoi diari (che voleva fossero dati alle fiamme) descriveva se stesso come un giovane che passava lunghi pomeriggi nella più totale inattività, steso sul letto con le mani in tasca, mentre il padre cammina per casa con passo pesante…

6 commenti su “Jonathan Franzen, Zona disagio

  1. Anifares
    novembre 3, 2017

    Devo leggere questo libro, grazie della segnalazione, mi manca la sua autobiografia. Ho con Franzen un rapporto di amore. Libertà non mi aveva esaltato come libro, alcune parti erano un po’ scontate comunque trovo Le Correzioni e Purity i migliori. A me è piaciuto anche Forte Movimento e La Ventisettesima città ma in particolare amo i suoi saggi (anche quelli pallosi sugli uccelli). Mi affascina come scrittore e anche come persona 🙂 e su Gaddis già sai che ne penso! Io ho letto solo Le Perizie ma credo che continuerò. Grazie!!! In settimana lo compro questo libro 😉

    • tommasoaramaico
      novembre 3, 2017

      Verissimo, le parti sugli uccelli sono davvero noiose, ma si sopravvive. Purity, invece, non l’ho letto, anche se è un po’ che penso di prenderlo. Dopo Le correzioni e La ventisettesima città la delusione di Libertà (In cui ci sono comunque parti magnificamente scritte) mi ha fatto irrigidire. Diciamo che ne usciamo entrambi con un Franzen in più da leggere…

  2. Anifares
    dicembre 4, 2017

    Letto e mi é piaciuto e ho anche capito la sua fissa per il birdwatching insomma grazie della segnalazione! Un bacio come ringraziamento ti va bene??

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Questa voce è stata pubblicata il novembre 2, 2017 da con tag , , .

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