Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Le dieci stazioni di Ian Testa – parte prima

#1

Ian Testa è sul treno, ormai quasi al termine di un viaggio di ritorno di due ore. È col figlio, che gli sonnecchia accanto nello scompartimento altrimenti vuoto. Ian gioca un poco col cellulare, senza trovare conforto. Cerca con mano cieca un libricino che sta sfogliando senza costrutto da qualche giorno. Invece di quello, nella profonda piega fra il sedile su cui è seduto e il bracciolo, trova altro. È un portafoglio. Prima va nuovamente alla ricerca del libro, poi, dopo averlo trovato e sistemato nello zaino, si concentra su quanto ha trovato. Lo apre. È gonfio di yen. Ha la conferma quando tira fuori una carta di identità piena di simboli indecifrabili, ma su cui sta scritto, in alto sulla sinistra Government of Japan. Riprende il cellulare e cerca di capire che tipo di somma si ritrova fra le mani. Fa il conto delle monete e poi tenta di tradurre da yen ad euro. Dal display viene fuori una cifra senza senso. Ad Ian prude il naso, tanto è emozionato. Dopo un attimo fra sé e il piccolo tesoro si ritrova la testa del figlio. Sono soldi? Il bambino vorrebbe toccare, ma Ian allontana il malloppo facendo cenno di sì. Inizia una batteria di domande ed esclamazioni del tipo: sono diversi da quelli che usiamo noi; non sono nostri; di chi sono; che ci facciamo; li spartiamo; ci compriamo quel macaco da collezione al negozio di animali; tu ci compri un libro nuovo? Ian guarda il figlio per un istante, poi sorprende il proprio volto riflesso dalla porta scorrevole e comprende. Ha gli occhi sgranati ed un sorrisetto feroce gli taglia in due il volto. Nella sua mente, nella mente di Ian, furtivo come un topo si aggira un pensiero. Riesce a coglierlo prima che vada a nascondersi dietro qualche altro pensiero, magari astratto o da sofista. Pensa che gliene compra pure due, di macachi, al figlio adorato, perché quei soldi sono spiccioli rispetto a quello che rimarrà in tasca a lui. Il prurito al naso, beccato il pensiero-topo, si dissolve, consegnandogli una fastidiosa fitta allo stomaco. Il treno entra in stazione. Ian Testa prepara il figlio, che con i suoi cinque anni non gli stacca gli occhi di dosso, assetato come è di conoscenza, di modelli per interpretare la realtà e orme da seguire. Ian sa che il bambino aspetta una sua risposta, così come sa che le domande di prima sono state dettate dal suo volto distorto, da quegli occhi furiosi. Appena scesi dal treno Ian porta il figlio dalla Polizia ferroviaria e lì consegnano il portafoglio pieno zeppo di preziosi yen. Il bambino lo tiene per mano senza perdere una parola, un gesto, cercando gli occhi suoi e del funzionario seduto dietro la scrivania. Quando escono dall’ufficio e sono nuovamente nel caos della stazione il bambino ci mette un poco prima di dare una spiegazione, che finalmente arriva. Non era nostro. Ian Testa annuisce, poi parla di quel polpo di cartone colorato che avevano progettato di costruire quella sera, appena arrivati a casa. Il figlio è entusiasta.

#2

Ian Testa è uscito di casa con grande anticipo, come ogni giorno e, come ogni giorno, arriva presto a lavoro. Si ferma al bar, per mangiare. È affollato, come sempre, e le persone parlano, come ogni giorno. Tutti si conoscono e con le parole e i discorsi, anche se solo per il tempo di un caffè o di un cornetto, nello spazio angusto si dissolvono magicamente differenze sociali ed economiche. Ian Testa, da ormai quattro anni, entra in quel bar ogni giorno lavorativo, solo che lui, a differenza di tutti gli altri, nel chiedere il suo caffè macchiato è ancora ancorato al lei. Può trovarsi di fronte il rozzo gestore della baracca, il barista tatuato che quando parla urla, oppure il cortese sorriso della giovane barista oggetto di innumerevoli sguardi, commenti e frasi sentite infinite volte – per Ian non cambia nulla. Oggi, come ieri, Ian Testa fatica a trovare la parola vera e piena, il giusto discorso. E le parole ed i discorsi che sente suonano male, lì dentro come a lavoro. Sono spesso vane, ma non nel senso che non servano a niente, anzi servono eccome. Con quelle parole, di fatto, ci si intende benissimo. Almeno ad un primo sguardo. Il fatto è che lì, al bancone, non trova qualcosa di credibile da dire. La parola giusta è quella che non può non pronunciare, ecco tutto. In questo momento, questa mattina, è ancora e nuovamente buongiorno, arrivederci, grazie. Ian manda giù il suo cornetto integrale ai frutti di bosco. Buono, pensa. Beve un sorso d’acqua fresca e poi il caffè macchiato. Buono, pensa ancora. Si pulisce le labbra con un fazzoletto. Ian fa tutto con gli occhi lievemente rivolti al bancone antico. La barista è già davanti a lui, pronta, pure nella bolgia della gente che si accalca al bancone, a prendere la sua tazzina e con questa il suo sorriso e il suo arrivederci. Ian Testa lo sa. E per questo quell’arrivederci non è pronunciato invano.

#3

Le orecchie di Ian Testa sono momentaneamente pure, liberi i suoi occhi, l’una nell’altra le mani inoperose. È presto al mattino. In casa tutti dormono. È in balcone, seduto sulla sua fedele sedia a sdraio, sotto la debole luce del sole. Ha una coperta di pile avvolta sulle spalle per ripararsi dalla debole e fresca aria di una domenica mattina di metà ottobre. Le strade sono ancora deserte, il silenzio avvolge le cose. Solo una vecchietta si muove fra le piante di un giardino poco distante. Un cane, d’un tratto, abbaia nella lontananza. Ian Testa guarda su al cielo che perde profondità mano a mano che il sole sale. Dovrebbe svegliarsi ed alzarsi ancora prima, pensa. Quel pensiero, però, è come un rumore di vetri rotti. Tutto prende una nuova piega. Il pavimento trema, delle voci si avvicinano. All’improvviso due corpi gli sono sopra, sommati l’uno all’altro fanno più o meno una trentina di chili. La sedia a sdraio scricchiola. Lamento della materia. Viene travolto da mille parole, che scintillano. Un cane, questa volta dal piano di sotto, abbaia furioso. Ian deve controllare che uno di quei due corpi, quello di più o meno dodici chilogrammi, non cada a terra andando a battere la testa piena di magnifici capelli castani tutti spettinati contro un vaso di gerani. La coperta di pile cerca di coprire ciò che si ribella. Una voce ancora, di donna, si somma alle altre. Recita un elenco di cose da fare. Ian finge di non aver sentito, ma solo per un istante, perché tanto il sole è adesso sufficientemente alto da aver quasi spazzato via la profondità del cielo. Quella profondità riprenderà vita a fine giornata. La luce si è distesa su tutte le cose. Le saracinesche si alzano, cani al guinzaglio saltellano giù in strada, le prime macchine frenano all’altezza dello stop. Accadono le cose, tante cose. Quello di prima, però, non era assenza di cose, non era nulla. Era qualcos’altro.

12 commenti su “Le dieci stazioni di Ian Testa – parte prima

  1. Guido Sperandio
    ottobre 14, 2017

    Amo i racconti brevi, i flash… che io sia vittima del cosiddetto vivere odierno, a flash appunto?

    • tommasoaramaico
      ottobre 14, 2017

      Vero. Però è anche vero che viviamo in un’epoca in cui pochi sanno tacere e molti parlano/scrivono/credono di leggere senza fermarsi…

      • Guido Sperandio
        ottobre 14, 2017

        Continua pure l’elenco, riempi pure quei punti sospesi 🙂

      • tommasoaramaico
        ottobre 14, 2017

        L’elenco sarebbe virtualmente infinito o, meglio, capace di abbracciare la stragrande maggioranza delle attività che hanno a che fare con la “letteratura” oggi. Ma tu mi tenti ed io voglio resistere!!! Certo, è troppo lunga persino una frase composta da una manciata di parole, se queste parole sono buttate lì a caso.

  2. Alessandra
    ottobre 14, 2017

    La prima storia, quella del viaggio in treno con il figlioletto, riesce ad essere morale senza scadere nel moraleggiante. Mi è piaciuta moltissimo. Senza voler fare alcun paragone, mi ha un po’ ricordato la tecnica narrativa di Malamud, di cui ho appena letto i bellissimi racconti (hai presente, ad esempio, Prima gli idioti? Quel padre così amorevole e dignitoso, pur nella difficoltà più totale)

    • tommasoaramaico
      ottobre 15, 2017

      Grazie. Sì, ho letto Malamud è un po’ di tempo fa ne ho scritto qualcosa (anche se non sui racconti, bensì su di un romanzo, Una nuova vita). Paragoni impossibili a parte, in realtà c’è veramente un punto di contatto, una sorta di tangente che spero risulti evidente alla fine di questa serie di brevi post.

  3. Ivana Daccò
    ottobre 17, 2017

    Molto bello. M piace molto leggerti.

  4. Renza
    ottobre 20, 2017

    Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
    l’animo nostro informe
    avvertiva il Poeta. Eppure a me sembra che le stazioni di Ian Testa possano rispondere a tre parole : essenzialità, autenticità, raccoglimento, 1) Non era nostro : un universo essenziale pone fine al rovello. Altro non serve dire, non era nostro. 2) Le parole che si dicono al bar o in ogni luogo: troppe, inautentiche, sbavate. In un arrivederci passa uno scorcio di senso, autentico. 3) Il raccoglimento, perso dall’ uomo moderno, votatosi alla massificazione dei comportamenti. C’ è , Ian lo preserva.
    Spero che Ian perdoni, in silenzio, la mia presunzione euristica…

    • tommasoaramaico
      ottobre 20, 2017

      È sempre bello leggere i tuoi commenti. Non replicano, ma aprono nuove piste o sentieri da seguire. Come scrivevo ad Alessandra – spero che alla fine di questa piccola serie di post emerga l’idea di fondo che li ispira e (a mio avviso) giustifica. Al centro, come scrivi, c’è il problema dell’autenticità e della sua faticosa ricerca. Il primo gradino è la posizione di limiti e negazioni. Perdona una conclusione che sa di muffa e vecchi libri astrusi: la prima forma di libertà si dà inevitabilmente come accettazione di un imperativo.

      • Renza
        ottobre 20, 2017

        Bello davvero lo scorcio filosofico finale, da libri cartacei- certo- che trasmettono odori, oltre che idee. Grazie !

      • tommasoaramaico
        ottobre 20, 2017

        Grazie a te!

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Questa voce è stata pubblicata il ottobre 14, 2017 da con tag , .

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