Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Lazzaro nel Barabba di Lagerkvist

Tutti sanno come egli venne appeso là, su quella croce, e conoscono quelli che stavano raccolti intorno a lui: Maria sua madre e Maria di Mágdala, Veronica e Simone da Cirene, che ha portato la croce, e Giuseppe d’Arimatea, che poi lo ravvolse nel lenzuolo. Ma, un tratto più in giù, sul pendio, un po’ in disparte, stava un uomo, che guardava continuamente colui che era appeso lassù e moriva, e ne seguì l’agonia dal principio fino alla fine. Il suo nome era Barabba.

Questo l’incipit del Barabba (1950) di P. Fabian Lagerkvist, un romanzo semplicemente splendido, di cui forse si parla troppo poco, così come troppo poco si parla del suo autore, nel 1951 premio Nobel per la Letteratura. Poeta e drammaturgo che, forse non a caso, in quest’opera affronta la vicenda di Barabba non tanto nel suo sviluppo, ma più per scene e cesure in un crescendo di drammaticità e profondità narrativa che raramente si incontra. Questa lettura si inserisce nella serie di post dedicati alla figura di Lazzaro già incontrata con Pirandello (qui) e Andreev (qui), anche se qui viene colta in un contesto più ampio e in relazione alla vicenda di Barabba.

Abbiamo visto un Lazzaro che per mezzo della sua (non) esperienza della morte vivifica l’immanenza del “qui ed ora” e poi, al contrario, un Lazzaro che dissecca ed inaridisce alla radice la vita, il suo senso e scopo. Qui, invece, l’incontro con Lazzaro è da cogliere all’interno del percorso di Barabba, di un uomo salvato dalla croce, ma restituito alla vita con un compito che nessuno gli ha assegnato: la ricerca di una fede (per lui) impossibile in un Cristo che si proclama figlio di Dio e che muore sulla croce producendo lo scandalo per eccellenza. Anche il Lazzaro tratteggiato nel Barabba, esattamente come quello di Andreev, pare essere e non essere di questo mondo. Statico, schiacciato dal peso di un destino unico nella storia dell’umanità, il richiamato alla vita rimane perso in uno sguardo fisso, con le braccia rilasciate e prive di volontà, il volto giallastro, la pelle disseccata. Questo Lazzaro però parla, sì è vero, con una voce strana e senza tono, ma parla. Era stato morto e il Rabbi l’aveva richiamato in vita. Lento nel discorso, monotona la voce, gli occhi senza luce, anche questo Lazzaro pare essere solo oggetto e strumento di una volontà superiore, incapace, pertanto, di far propria, di comprendere e soggettivare la sua stessa vicenda – che, quindi, forse propriamente sua non è. È spaventoso questo Lazzaro, tanto pauroso che neppure il terribile Barabba ha il coraggio per rimanere solo con lui:

Barabba avrebbe preferito fuggire di là; evadere e fuggire; ma non poteva. L’uomo stette per un momento in silenzio, poi domandò a Barabba se credeva che il loro Rabbi fosse il figlio di Dio. Barabba, dopo avere un po’ esitato, rispose di no, perché gli sembrava fuor di luogo mentire davanti a quegli occhi vuoti.

Poi Barabba cade nella tentazione di chiedere cosa fosse la morte e il Regno in cui per tre giorni aveva soggiornato. Lazzaro non comprende la domanda. Non la comprende perché è una domanda che, dalla sua prospettiva, è totalmente priva di senso: “la morte è il nulla…il regno dei morti è il nulla. Esiste; ma è il nulla“. E aggiunge, travolgendo ogni speranza: “Il regno dei morti è il nulla. Ma, per chi vi è stato, anche tutte le altre cose sono niente“. La morte, dunque, sembra essere né più né meno che l’esperienza del nulla. Una esperienza del tutto particolare, tale da “rendere niente” tutte le altre cose. La morte non è qualcosa come una infinita privazione ed assenza, ma è negazione. La morte, pur essendo nulla, è, e come tale ha degli effetti: la morte è nulla che annulla, nulla che nullifica.

Vorrei mettere un attimo di lato Lazzaro, ma solo per riprenderlo più avanti, dopo aver seguito più da vicino la vicenda di Barabba, che viene presentato, da principio, come spettatore della passione di Gesù. Aveva seguito il cammino del Rabbi, mentre era curvo sotto il peso della croce, e aveva poi assistito al dolore crescente che l’aveva afflitto sul Golgota. Un uomo mai visto prima, ecco cosa vede Barabba in quell’essere piccolo e magro. Uno sconosciuto che nulla ha a che fare con lui, ma che lo attira con una forza irresistibile, tale che Barabba, l’uomo dagli occhi infossati che mai nulla ha fatto per gli altri, non può fare a meno di seguirne l’incomprensibile vicenda.

Quello che lo aveva costretto a venire qui, e che aveva su di lui un così strano potere? Potere? Ma se qualcuno sembrava senza forza era proprio quell’uomo. Un essere più meschino non si sarebbe potuto appendere ad una croce…

Dalla morte ingiusta del Rabbi Barabba non riesce a liberarsi. Inizia a comportarsi in modo strano. Colui che era sempre pronto a far baldoria, a cercare il piacere, la violenza e un facile bottino, adesso è taciturno ed insensibile, quasi incapace di agire. Per la prima volta era attraversato da un sapere in grado di turbarlo. Lui che era quasi morto, pur essendo stato risparmiato, aveva in qualche modo perso la vita: “perché chi è condannato a morire è già morto e quando poi viene messo in libertà e graziato è come se già fosse stato morto, e che lui morto era stato e che era nientemeno che resuscitato; la qual cosa è ben diversa dal vivere e operare come tutti“. Incontriamo Barabba, quindi, come colui la cui vicenda è in qualche modo simile a quella dello stesso Lazzaro. E forse il suo interno percorso, quello di chi si porta in vita l’esperienza della morte, sta nel tentativo di seguire il percorso del Rabbi e, collocandosi all’interno del suo messaggio e della sua sorte, ricomprendere la propria e dare nuovamente senso ad un’esistenza che pare inevitabilmente compromessa. Barabba il miscredente, l’omicida, il ladro, il bestemmiatore è alla ricerca della fede e della risposta alla domanda più importante: può quell’uomo così meschino essere il figlio di Dio?

Barabba si mescola ai discepoli disorientati, ne ascolta le testimonianze ed il contenuto di fede. Vaga per la città di Gerusalemme senza meta, alla ricerca di chissà cosa. Non è più interessato a tornare al vecchio covo con i briganti, non vuole tornare sulle montagne a tramare omicidi, stupri e rapine. Non può fare a meno di pensare a quell’uomo che è morto al suo posto. Non può farne a meno perché non è in grado di comprendere il vero senso di quel gesto.

Aveva fatto uso del suo potere nella maniera più strana. Se ne era servito in quanto non se ne era servito; aveva lasciato che altri decidessero come più loro garbava; aveva rinunciato ad intervenire, eppure aveva attuato la sua volontà di essere messo in croce al posto di Barabba.

Barabba non può capire perché incarna l’uomo e l’animale, lo strenuo attaccamento alla vita e l’odio per la morte e tutto ciò che la ricorda e la veicola. Il Rabbi, al contrario, sembrava colui che aveva cercato la morte, e proprio questo lo rendeva detestabile, poco credibile. Barabba non può comprendere perché è attaccato non semplicemente alla vita, ma alla propria vita: chiuso in sé, indaffarato con se stesso, tutto preso dal pensiero del proprio bisogno che non prevede alcuna considerazione dell’altro, vive entro un orizzonte chiuso, asfissiante. Tale attaccamento a sé gli rende incomprensibile il sublime gesto di Leporina, una donna condannata alla lapidazione che, nel momento dell’estremo dolore, supera il dolore stesso. Capace di perdersi e di recuperarsi in un’ottica di fede, ad un livello superiore, questa donna vede, per la prima volta può vedere e rendere testimonianza…è forse all’altezza della lapidazione di Leporina che Barabba sembra avvicinarsi al comandamento per eccellenza, quello che non può comprendere e che i discepoli del Rabbi ripetono così spesso…Amatevi gli uni gli altri…aveva preso il cadavere dilaniato dalle pietre di Leporina e l’aveva portato nella grotta dove stava il corpo mummificato di quello che era stato il figlio della disgraziata ed infelice donna. Dandole degna sepoltura e rischiando per l’altro pur non avendone alcun tornaconto, Barabba aveva fatto tutto quello che era in suo potere. Chiuso nel suo io, perso nel proprio odio come in una sorta di luogo naturale, Barabba, colui che non sa credere, d’un tratto sembra capace di cogliere il dolore e l’umanità di coloro che credono. Non per mezzo della fede, ma è per mezzo di una sorta di “cognizione del dolore” dell’altro, che Barabba finalmente si umanizza, riuscendo così a cogliere anche la sua condizione di reietto. Barabba è il senza-Dio-che-desidera-credere. Barabba è colui che molto ha visto, senza però essere riuscito a credere. È colui che segue i primi fedeli fin dentro le catacombe, lì nel regno dei morti, lì dove quelli non hanno paura, perché perché per loro la morte non è: l’hanno sconfitta, loro, mentre lui, Barabba, la teme perché ancora attaccato a questa vita che, però, non sa propriamente di vita vera. L’attaccamento a sé di Barabba è la sua stessa solitudine e questa solitudine sa, puzza di morte, “chiuso dentro di sé, nel suo regno di morte“. Incapace di uscirne, corre incontro alla morte, segue i seguaci del Rabbi, vuole essere martire fra i martiri di questa nuova chiesa che non comprende.

Appeso alla croce, tornando al posto suo, come per scontare una pena che gli era stata risparmiata, forse pensando erroneamente di poter pareggiare i conti; misconoscendo a tal punto la natura dell’amore da arrivare a pensare che sia misurabile e quantificabile e che il suo debito fosse di origine umana e pertanto limitato e non, invece, infinito e di stoffa divina. Barabba, nella più totale solitudine, ignaro del vero senso della fede, che è il comandamento dell’amore, e pertanto solo, non ha nessuno cui affidare la propria anima nel momento in cui sente la morte giungere. Ad essa pertanto si rivolge prima di spirare: “A te raccomando l’anima mia“. Per Barabba, che ha avuto timore solo della morte, solo la morte può essere interlocutrice, perché nella morte ha vissuto.

Questo Barabba è un uomo alla ricerca della propria autenticità, del senso del proprio destino e della propria storia. A differenza di Lazzaro, che subisce la propria vicenda in una fede che pare acritica ed esangue, Barabba è colui che strenuamente lotta per trovare il proprio posto nel mondo, pure se incapace di farlo perché vive nella morte e nella paura della morte. E così, mentre Lazzaro non può autenticamente vivere perché ha veramente conosciuto la morte ed il nulla, Barabba non può autenticamente vivere perché teme la morte ed il nulla in quanto non ha mai conosciuto la vera essenza della vita…non è detto che questa essenza vada necessariamente ricercata nell’esperienza della fede, può anche essere in altro, così come altre determinazioni si possono dare intendere alla morte ed al nulla…ma questa è già un’altra storia, una storia che viene prima e – spero – dopo questo itinerario attraverso la figura di Lazzaro.

13 commenti su “Lazzaro nel Barabba di Lagerkvist

  1. ilmestieredileggereblog
    settembre 9, 2017

    complimenti davvero per questa disamina della figura di Barabba; non avevo mai riflettuto sul suo spessore e le tue considerazioni e segnalazioni completano un quadro significativo. Forse siamo tutti un po’ Barabba …

    • tommasoaramaico
      settembre 9, 2017

      Grazie. Questo Barabba mi ha davvero colpito. E dici giusto, a mio avviso, quando sostieni che siamo tutti simili a questa figura così controversa ed ambivalente. Lagerkvist è veramente riuscito a consegnarci un personaggio universale, che ci interroga sulla nostra stessa vicenda.

  2. Alessandra
    settembre 9, 2017

    Anch’io, leggendoti proprio adesso, riflettevo sul fatto di quanto l’uomo (in generale) assomigli più a Barabba che non a Lazzaro, proprio per il perenne contrasto tra dubbio e ragione, tra forza e debolezza che da sempre lo tormenta, e per la paura mai risolta nei confronti della morte. Lagerkvist è un autore che non conoscevo, ma il tuo pezzo è così interessante che gli rende onore.

    • tommasoaramaico
      settembre 9, 2017

      Era un po’ di tempo che un romanzo non mi entusiasma e questo c’è riuscito. Questo Barabba mi ha davvero colpito. Ben scritto, coinvolgente. Chiama in causa ed obbliga a rispondere. Non appena ne avrò occasione espliciterò la mia…per quello che vale…

  3. Alessandra
    settembre 9, 2017

    Vale, vale… sono sempre stimolanti le tue ponderazioni attorno a certi temi.

  4. dragoval
    settembre 9, 2017

    Uccidere per un’uccisione è una punizione incomparabilmente più grande dello stesso delitto. L’omicidio su sentenza è incomparabilmente più orribile dell’omicidio del delinquente. Chi viene ucciso dai briganti viene sgozzato di notte, in un bosco, o da qualche altra parte, e fino all’ultimo momento spera di salvarsi. Ci sono esempi di persone che avevano già la gola tagliata e speravano ancora ocorr evano, o pregavano. Qui invece quest’ultima speranza, con la quale morire è dieci volte più leggero, la tolgono con certezza. Qui esiste una sentenza, e nel fatto che con certezza non sfuggirai sta tutto l’orribile tormento, e un tormento più forte al mondo non esiste. Voi potete mettere un soldato davanti a un cannone in combattimento, e sparargli addosso, e lui continuerà a sparare, ma leggete a questo stesso soldato una sentenza che lo condanna con certezza, e lui impazzirà o si metterà a piangere. Chi ha detto che la natura umana è capace di sopportare questo senza impazzire? Perché un simile oltraggio mostruoso, non necessario, inutile? Forse esiste anche una persona a cui hanno letto la sentenza, è stato dato il tempo di tormentarsi, e poi le hanno detto: “Vattene, sei graziato”. Ecco, forse quell’uomo potrebbe raccontarlo. Anche Cristo ha parlato di questo tormento, di questo orrore. No, non si può agire così con un uomo!»

    La tua citazione (“chi è condannato a morire è già morto e quando poi viene messo in libertà e graziato è come se già fosse stato morto, e che lui morto era stato e che era nientemeno che resuscitato“) mi ha richiamato alla mente questa indimenticabile pagina de L’idiota , in cui Dostoevskij ha riportato la popria stessa esperienza .Lo scrittore, com’è noto, fu condannato a morte con l’accusa di sedizione dallo zar Nicola I nel 1949, a soli diciott’anni; la condanna fu poi commutata in grazia all’ultimo minuto, quando i giovani- erano tutti giovani- erano oramai legati e bendati davanti al plotone d’esecuzione; con questo lo zar intendeva infliggere una punizione esemplare, un ricordo che avrebbero conservato la vita intera. Sui temi del delitto, del castigo e della ricerca della grazia verterà poi l’ntera opera di Dostoevskij, in cui non è forse implausibile riconoscere lo stesso itinerario del Barabba di Lagerkvist, opera che ignoravo totalmente e che sono stata felice di conoscere tra le tue pagine.

    • tommasoaramaico
      settembre 9, 2017

      Grazie per il tuo bel commento e per avermi fatto tornare in mente quelle pagine dell’Idiota che ho letto troppi anni fa e che dovrei riprendere. Mi hai fatto ripensare anche al Sodoma e gomorra di Pasolini, lì dove si sostiene che, soggiogata al carnefice, la vittima può essere graziata e messa a morte un’infinità di volte. Dostoevskij e in questo caso il suo Delitto e castigo sono l’orizzonte di senso in cui collocare la vicenda di questo Barabba, così come il suo “fallimento” o, da altra prospettiva, La sua capacità di resistere ad ogni posizione “consolatoria”.

  5. Renza
    settembre 10, 2017

    Mi associo anch’ io ai riconoscimenti per questi due bei contributi su Lazzaro e Barabba che mi hanno fatto conoscere due autori che non conoscevo. La morte non è privazioni nè assenza è il nulla, dice Lazzaro. Non si può non pensare all’ ossessione di rigetto / attrazione per la morte che esprimeva Canetti . In tutte le sue opere, non ha perso occasione di rinnegare la morte. Ora Adelphi ha pubblicato Il libro contro la morte, tutte le sue notazioni, contenute in moltissimi quaderni. Un testo complesso, formato da aforismi, tra i quali riporto quello di Walter Benjamin perchè mi sembra congruo con questi tuoi post Ciò che attira il lettore verso il romanzo, è la speranza di riscaldare la sua vita infreddolita alla morte di cui legge.

    • tommasoaramaico
      settembre 10, 2017

      Ed io invece non conoscevo questa raccolta. Questo è tema per me ricorrente, su cui ciclicamente torno, quasi che parlare e riparlare d’una cosa permettesse veramente di possederla e padroneggiarla. In questo senso il Romanzo, o la Letteratura, è fissazione (da intendere nei suoi molteplici significati). Grazie per la suggestione e per il testo che hai citato.

  6. Renza
    settembre 10, 2017

    Aggiungo, Tommaso ( e mi perdonerai), che contiguo alla Morte, tema ricorrente per te e per Ian Testa , c’ è il morire. Filosofico il primo, dolorosamente pragmatico il secondo. più difficile da trattare quando ti si para davanti e gioca un po’ a nascondino…

    • tommasoaramaico
      settembre 10, 2017

      E difatti Ian Testa è frutto di pura contraddizione. Pur presentandosi tutto “testa” è in realtà impantanato nella troppo umana paura di morire, una paura che lo confonde a tal punto da rovesciarsi nel proprio opposto, tentando la via (fallimentare) del concetto. Più che oerdonarti, devo ringraziarti per la risposta, assai acuta!

  7. Pingback: Leonid Andreev…e altre novelle | Tommaso Aramaico

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Questa voce è stata pubblicata il settembre 9, 2017 da con tag , , , , .

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