Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Il posto di ciascuno…quattro anni fa

Esattamente il 28 luglio di quattro anni fa, in una data non cercata, ma caduta dal cielo e per me simbolicamente importante, direi terribilmente importante, usciva Il Posto di ciascuno, una raccolta di racconti coraggiosamente pubblicata da Mara Pantanella (che idealmente non smetterò mai di ringraziare) per la piccola, ma determinata casa editrice Officine Editoriali. Questi racconti, così come tutte le cose che negli anni e fino a quel momento avevo scritto, erano conservati in diverse scatole di scarpe ben ordinate nello sgabuzzino (vizio, questo delle scatole di scarpe, che non mi sono ancora tolto – mi piace il mio prezioso archivio pieno di fogli che sanno di cuoio). Se ne stavano lì sepolti e avevano per me funzione di triste monito. Erano necessari per non perdere contatto con una certa (nel suo doppio significato) passione per la letteratura, mi restituivano una idea di disciplina ed erano strumento per il mio continuo tentativo di fare pulizia interna. Ma le cose cambiano e la monade infreddolita e assai ingenua che ero entrava in contatto con una persona che con la forza della sua sublime e terrificante influenza, mi ha convinto a farle leggere il contenuto di quelle scatole. “Sistema e invia”, mi ha detto in tutta semplicità, senza intuire, o fregandosene di cosa questo comportasse per me. Di lì è iniziata una piccola tortura durata più di un anno in cui, a partire dalla mia tendenza a pianificare, ho ideato un percorso a lunga scadenza, una sorta di piano quinquennale, andando a ordinare quello che nel tempo era venuto fuori in modo assai disordinato. Fra la mole di pagine, bozzetti, appunti sparsi e agende piene di considerazioni su libri letti, ho – dando sfogo ad un desiderio lungamente represso – per prima cosa aperto questo blog (con cui ancora oggi ho un rapporto assai travagliato e ambivalente). Subito dopo è venuta fuori la raccolta di racconti che, in un primo tempo, volevo intitolare (per tutta una serie di ragioni che non starò qui ad elencare) “Nomi propri” e che poi è diventato “Il posto di ciascuno”. Non avendo alcuna intenzione di metterci direttamente la faccia, e per alcuni nemmeno il nome (qui), ho cercato la via dell’e-book. Anche qui dovrei aprire una parentesi che, però, tengo chiusa.

Sono racconti che non (ri-)scriverei mai, oggi. E quattro anni fa, quando ho trovato forze e coraggio per farli uscire dalla scatola di scarpe e mandarli nel mondo, allo sbaraglio, ho scelto proprio questi perché dovevo liberarmi non tanto di alcune tematiche che mi sono care (questo è assolutamente impossibile), bensì di un certo modo di trattarle…è interessante però oggi notare, per me, che nel rileggerli (e nel divertirmi a farlo ancora oggi) trovo già lì esattamente il seme di quanto ho cercato di fare dopo, tanto con “Infinita perturbazione” (qui) e poi, in modo certamente più compiuto, con Ringraziare (qui), ma questa è un’altra storia e riguarda altre storie…

Nella descrizione del libro i racconti venivano presentati come spaccati di vita, finestre aperte su cinque realtà diverse e tutto sommato simili, tanto simili da poter stare insieme in un libro e sotto l’ombrello d’uno stesso titolo. I protagonisti de “Il posto di ciascuno” vengono chiamati ad affrontare inferni domestici, sociali e personali. Vengono, insomma, chiamati a scegliere. Lì dove si trovano non è più possibile rimandare la scelta, né sottrarsi, né delegare ad altri. Ci sono due fratelli le cui sorti sono legate in modo indissolubile e contraddittorio e i cui ruoli vengono a capovolgersi dopo il tentativo di suicidio di uno dei due. Si seguono le mille vicissitudini di Leo Majol, un giovane impiegato, marito e padre di famiglia, che non è più in grado di tenere insieme vita reale e fantasmi interiori. Salvatore Tartaro, un falegname che, messo in ginocchio dall’amputazione di una gamba, non riesce a far fronte ad un passato che si ripresenta nel bel mezzo di un pranzo che si trasforma in un banchetto allucinato. E poi ci sono Lia e Lea – ancora nomi che sono e non sono propri – dove pare impossibile distinguere chi rimane e chi scompare. E, infine, una domenica mattina, quella di Michele, un ragazzino perso nella cura dei fratelli, inchiodato dagli interrogatori della madre, irretito e minacciato dalle ambigue lusinghe del padre, costretto a mediare in situazioni più grandi di lui.

Questi racconti sono il prodotto dell’influenza di alcune letture che portavo avanti a quei tempi e per questo c’è una forte componente realista, anche se rimane forte ed in tutti i racconti emerge con prepotenza una certa tendenza alla dimensione fantastica, al grottesco, all’esagerazione ed all’iperbole. Ai tempi, subito dopo la pubblicazione, ho postato tutti gli incipit dei cinque racconti, giusto per dare un’idea di quello che avevo cercato di fare. Per chi volesse leggerli sono qui.

Mi piace l’idea, però, di prenderne adesso un brandello da ognuno e mettere tutto insieme, così da condensare ulteriormente e, così, trarre una morale e/o un monito, ma la morale e il monito sono solo per me…

I due fratelli

Io, come sempre tranquillo e in pace con me stesso e il mondo, uscivo in balcone per fumare una sigaretta e lì, inaspettatamente, invece del solito panorama fatto di tetti e parabole cui sono tanto abituato, mi sono imbattuto nel suo profilo. Era comodamente seduto sul davanzale, le piante dei piedi a prendere aria. È alto dove abito io, alto tutto un palazzo di sei piani, non questione di centimetri; c’è tutto il tempo per ripetersi nome cognome e data di nascita prima di toccare il suolo, e dimenticare tutto e tutti. A vederlo a quel modo, in silenzio e con lo sguardo spento neanche fosse davanti alla televisione, c’era proprio da pensare che avesse perso ogni interesse per le cose. Quella scena, nella sua apparente mancanza di sviluppo, nella sua stridente staticità, era straziante.

Una domenica Michele

…correva come un pazzo. La campana della chiesa, in piazza, aveva iniziato a suonare. Correndo contava i rintocchi. Mezzogiorno e mezza. Era tardi ma sfortunatamente non sapeva correre più veloce, poteva solo farlo all’impazzata. Era talmente in ritardo che aveva tagliato per l’unico fazzoletto di vigna non ancora distrutto per lasciare spazio ai nuovi palazzi, quelli belli e costosissimi che ultimamente, in zona, spuntavano un po’ ovunque.

Lia e Lea

Teoricamente, cioè da manuale, la morte di uno dei suoi genitori, del tipo di genitori che lui aveva avuto, poteva causargli, in termini di energia liberata e sconvolgimento interiore, danni equiparabili a quelli di una cucina dove una pentola a pressione venisse scoperchiata proprio nel bel mezzo della cottura di un arrosto. Una bomba, dunque, una vera crisi che poteva verosimilmente non lasciargli via di scampo o, nella migliore delle ipotesi, da contrastare per mezzo di una lunga convalescenza e dolorose, oltre che costose, cure mediche. E invece calma piatta, o quasi.

Salvatore Tartaro

…aveva vissuto un’adolescenza piena di tormenti e affrontato lacerazioni solo in parte riconducibili alla vita reale e alle sue asperità; apparentemente libere da ogni riferimento concreto, quelle tribolazioni sembravano non avere origine o causa certa e, per conseguenza, gli erano rimaste opache ed incomprensibili. Conflitti senza nome liberavano quantità di energie degne di una fissione atomica o esistenziale e lui, che non sapeva cosa fare, cercava di smaltire tutto come fosse una brutta sbornia, mettendosi a camminare fino a che non si ritrovava come svuotato.

Leo Majol

Tutto qui, per loro, tutto qui per tutti. Stando alle loro parole e ai loro ricordi, la vita di Leo Majol era stata così povera di eventi significativi che le uniche cose degne di nota sembravano essersi concentrate, in balia di una forza centrifuga, al principio e alla fine, tanto che sembrava semplicemente esser nato e poi morto, mentre nel mezzo nulla, o quasi, da ricordare. Ma loro non potevano sapere che per Leo Majol la vita era stata tutt’altro che priva di grandezza e di conflitti, e che se non sempre, di certo per lunghi periodi era stata una vita incredibile: anche gli altri l’avrebbero considerata tale se solo lui li avesse resi partecipi o avesse avuto la fortuna di incrociare qualcuno capace di accorgersene.

6 commenti su “Il posto di ciascuno…quattro anni fa

  1. Alessandra
    luglio 28, 2017

    Caro Tommaso, confesso che devo ancora leggerli. Tra svariate letture già iniziate e altre interrotte da riprendere-concludere e tra gli alti e bassi della vita che assorbono e distraggono di continuo, non sono ancora riuscita ad aprire il tuo ebook. Inutile però aggiungere che scrivi molto bene (il risultato è lampante, sotto gli occhi di tutti) e che quando arriverà il momento sarà senza dubbio un piacere leggere questa raccolta. La prospettiva di trovare dei risvolti un po’ grotteschi non fa che alimentare la mia curiosità.

    • tommasoaramaico
      luglio 28, 2017

      Cara Alessandra, sei sempre molto gentile. Non mi azzarderei mai a voler contendere il tuo tempo con ben altri testi, benché la tua intenzione mi lusinga assai. Indefesso, continuo a considerare questa mia piccola attività come qualcosa di sospeso fra vizio e virtù…

  2. Guido Sperandio
    luglio 28, 2017

    Pare che le scatole di scarpe abbiano la vocazione di fungere poi da cassaforte. Combinazione, proprio stamattina, ho letto di un tesoro reperito dalla Guardia di Finanza 🙂
    Scherzi a parte, mi confermi che dal momento in cui i nostri distillati mentali si traducono in parola, appunto scritta, inizia un’avventura. Ogni volta, diversa, imprevedibile.
    Le fatiche che qui presenti sono sicuramente all’inizio di un percorso, mi astengo dal giudicarle perchè so quanto possa essere irrilevante il mio giudizio a fronte dell’immensità del mondo a cui le tue storie andranno incontro, mi limito a osservare che nella tua scrittura c’è tanta ponderazione, elaborazione e lavoro, abbastanza da non essere mai gratuita ma anzi molto personale.

    Nota: mi piace molto quel tuo “come qualcosa di sospeso fra vizio e virtù”.
    Sì, “fra vizio e virtù”! 🙂

    • tommasoaramaico
      luglio 28, 2017

      Già, alle scatole di scarpe proprio non posso rinunciare. Il resto è in balia di forze che sfuggono. Grazie per il tuo apprezzamento…e ciò non toglie che questa attività sempre oscilla fra vizio e virtù…e mi fa piacere di essere in buona compagnia.

  3. Ivana Daccò
    luglio 28, 2017

    Interessante. Molto. Dovrò rimediare al non averli ancora letti 🙂
    Una curiosità in merito alle scatole da scarpe: scrivi a mano su quaderni? No, perché, nelle scatole d scarpe, solo quelli ci stanno. Salvo pensare a dei piedoni….
    Confesso che io utilizzo scatole da guardaroba (solo un paio, certo, mica un armadio!).

    • tommasoaramaico
      luglio 29, 2017

      Magnifica domanda, del tutto legittima. Assolutamente a mano su carta, altrimenti non sono in grado. Prediligo i fogli della stampante già usati, i classici a4: sono volanti, già scritti e numerabili e, inoltre, in scatole di scarpe invernali da uomo entrano perfettamente. Per dovere di cronaca. Ne ho tre. Ma c’è veramente di tutto. In parte deriva dalla tendenza ad accumulare, ma c’è anche una idea di letteratura come attività di riciclo…non solo di carta, ma anche di tutto quello che è stato buttato lì a caso o magari scartato. Quello stesso materiale in un altro momento e in un altro contesto può trovare un suo utilizzo.

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Questa voce è stata pubblicata il luglio 28, 2017 da con tag , .

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