Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Chi sei tu? Una certa idea di Letteratura

Così come ho già fatto per la questione del nome (qui) e dell’autore (qui), ho intenzione di proseguire in questa presentazione (a dire il vero assai tardiva) cercando di essere il più possibile diretto e semplice, abbandonando programmaticamente ogni pretesa di essere esaustivo, originale, preciso. Cercherò, anche a proposito di questa scorribanda sulla Letteratura, di dirne quel – poco – che ne so/penso con grande immediatezza e spontaneità (sia detto per inciso, l’immediatezza e la spontaneità non sono il mio forte, essendo io decisamente schiavo del potere della mediazione e della progettualità). Ma insomma, meglio non perdere altro tempo…

Ho sempre pensato che anche gli scrittori, quelli veri, quelli davvero bravi, indipendentemente dal loro talento e dalla loro disponibilità a lavorare sodo, in fondo prendano le mosse da esperienze solitamente comuni. Credo che, come molti, come esattamente tutti gli altri, siano uomini e donne che si sentono spesso soli e disorientati, così come penso che, come tutti, soffrano di una necessaria tendenza a perdersi nelle loro fantasie, passando del tempo a raccontar-si le cose in modo tale da poter avere l’impressione, almeno per poco, di padroneggiare una realtà che, in realtà, subiscono. La differenza si presenta, però, proprio a questo punto: gli scrittori, quelli bravi, sembrano dotati di una sorta di scomparto segreto. Mi spiego, la loro interiorità (mi si passi il termine, giusto per non farla troppo lunga) è attraversata da una zona franca, una sorta di terra di nessuno in cui non sono sepolte ricchezze o risorse da cui andrebbero a pescare a piene mani per poi deliziare l’umanità. Sciocchezze. Al contrario, questo spazio (supposto essere) è decisamente vuoto e desolato e polveroso. Questi uomini e donne, a differenza degli altri, invece di distogliere ostinatamente e vigliaccamente lo sguardo per guardare altrove o di fissarlo terrorizzati e patetici, si rimboccano le maniche per trasformarlo in un piccolo cantuccio dove accogliere l’altro. Insomma, lo scrittore e, di conseguenza, la Letteratura è sempre per gli altri. Lo scrittore, nella buona letteratura, non è mai solo, ma, nel suo produrre, ha sempre accanto a sé il lettore, che è presente fino all’invadenza, se ne sta seduto alla sua scrivania o steso sul suo divano o letto o a passeggio per la sua stanza. Il lettore originario, quello “supposto essere” è ciò che (credo) permette alla scrittura di essere vera scrittura e non patetico sfogo. Di rimando, la vera letteratura dà sempre al lettore (è ciò che capita a me) un’impressione di fondo che forse può essere ricondotta a questo: qualcuno (lo scrittore) ha preparato tutto questo (l’opera) per me!

So che alcune cose fra quelle appena scritte, così come fra quelle che scriverò più sotto, sono in qualche modo uscite fuori, tipo in Ho letto una libro (qui), ma adesso, pur prendendo spunto da quelle considerazioni, vorrei fare un passo oltre e proporre non dico una “cronaca” di quanto già fatto (lungi da me una tale perdita di senso della realtà – e cioè del limite), bensì toccare per punti quello che mi piacerebbe fare e che, in generale mi prefiggo di fare e, con ciò, far emergere alcune ideuzze…

Nella buona letteratura i personaggi hanno e devono avere un corpo, e infatti nelle tante cose che negli anni mi è capitato di leggere e che non mi sono per nulla piaciute, alla fine, a ben vedere, una delle cose che sempre mancava o era deficitaria, era proprio la tematizzazione del corpo: non c’erano dei corpi, non c’era vero movimento, ma, spesso, solo parole che rimandavano ad altre parole – quest’ultima operazione non è necessariamente un male, ma solo pochi grandi autori sono in grado di gestire un tale genere di scrittura. Un’altra delle cose che caratterizzava le cose che mi sono piaciute è il prendere le mosse da una quotidianità che però ben presto veniva fatto esplodere nel fantastico e nel grottesco, magari attraverso una logica ossessiva o per mezzo di catene di pensieri che si ripercuotevano e si schiantavano sulla vita nella sua concretezza, così come su di un corpo che non sapeva a quale padrone rispondere e che quindi, alla fine, rispondeva solo a se stesso…in queste cose che mi sono piaciute la letteratura non dice (e non può dire) il reale, ma solo farlo esplodere, dicendo: non-è-così. In generale sono piuttosto freddo, per non dire sospettoso, di fronte a tutta quella letteratura, oggi assai in voga, in cui la scrittura è lasciata in secondo piano e il linguaggio e la struttura non sono il principio ed il fine dell’opera stessa, ma solo uno strumento fra gli altri (strumento di cui spesso si ha un sapere approssimativo e riduttivo) per permettere il transito di dati e fatti frutto di studio (sempre necessario) e documentazione (ben venga). Se il fine è denunciare il malaffare, la corruzione e cose del genere, allora un saggio, una cronaca o un libro-inchiesta sono più che sufficienti, non serve scrivere un romanzo. E infatti questi libri spesso non sono romanzi e non hanno nulla a che vedere con la letteratura. Il romanzo è una struttura-mondo, ed ha a che fare con questo mondo solo in un modo molto particolare…

Un’altra cosa che ho notato in certa letteratura che mi ha convinto è la seguente: ci deve essere un certo pudore nel dire le cose, un tenersi alla larga da tutta una serie di parole, quelle che vengono usate assai spesso e che sono tanto usate da essere massimamente rovinate ed usurate. La buona letteratura non parla mai, neppure quando vi aderisce nel modo più assoluto, la lingua di ogni giorno. Per questo bisogna coniare una valuta del tutto nuova, che sia in grado di compensare le ingenti perdite causate dalla perdita di valore di altre parole che, forse, solo in un secondo momento, e dopo un lungo percorso, potranno essere utilizzate nuovamente per dire fatti e tormenti propri dell’uomo. Al momento ci sono cose su cui bisognerebbe tenere la bocca chiusa, in cui bisognerebbe mimare il gesto del vecchio Colombo che, per andare ad est prese il mare verso ovest. Lui confidava nella sfericità della terra, noi nella necessaria interconnessione di tutte le parole e i discorsi nel linguaggio. Chiaramente questa operazione implica, di fatto, la necessità di lavorare sodo per creare un piccolo vocabolario dentro il grande vocabolario che ci viene consegnato. Questo piccolo vocabolario è il prodotto della poetica e sta alla base di quello che sarà poi lo stile. Lo stile rifugge dal resoconto (cosa in-fondo impossibile per principio), non si sottomette alla realtà (che non esiste in senso proprio e che, se esiste, lo fa in modo del tutto diverso da come lo si intende comunemente).

Nella buona letteratura tutto ha un senso – il che non è una contraddizione con l’assurdo in letteratura: ogni opera è un mondo a sé, mondo in cui vigono regole precise e ferree. Alice, nel suo paese delle meraviglie, non viene catapultata in un paese caotico e senza regole, bensì in un paese retto da altre regole, assai ferree. Stessa cosa per la letteratura. Avranno, dovranno avere quindi un senso tutti i passaggi, le azioni, gli eventi. In questo senso le molte distinzioni fra generi non hanno poi molto significato. Massimalisti o minimalisti, per fare un esempio banale. Una buona opera di ottocento pagine è perfettamente paragonabile ad una buona opera di cento. In entrambe non c’è né una parola di troppo, né una di meno, entrambe, per essere buone, dovevano essere scritte esattamente come sono state scritte. Punto. Bere un bicchiere d’acqua in un’opera-fiume costerà al lettore due o tre pagine, mentre poche parole, per lo stesso fatto, saranno scritte in una opera di cento pagine, ma una cosa è certa: in entrambi i casi il bicchiere avrà, anzi, dovrà avere una funzione precisa, altrimenti non avrebbe diritto di cittadinanza nell’opera. La buona letteratura ama la pulizia e la moderazione, così come un solido pragmatismo. Ha diritto di cittadinanza solo quanto è strettamente necessario all’opera stessa. Il resto deve essere rigettato.

Piuttosto che la verità, la denuncia e via dicendo, la letteratura deve lasciarsi guidare e seguire le orme del desiderio. Il resto verrà di conseguenza. liberandosi dal dominio del razionalismo, dell’utile, del buon senso, della cronaca e dell’imitazione dell’esistente, la letteratura dovrebbe seguire altri percorsi, andare a perdersi in questioni non-utili, ma non per questo inutili. Alla via retta che indica il sano intelletto come la più breve da A a B, la letteratura preferisce, ma non per piacere di vagare, bensì per una necessità intrinseca e per poter veramente arrivare a B, passare per luoghi disparati e disperati. La verità, in fondo, è semplice – è il percorso ad essere assai tortuoso. Il mondo e il suo senso, in letteratura, devono quindi passare o essere filtrati per mezzo di esperienze non messe in conto – ciò che non era preventivato e che non sembrava necessario si rivela invece tale, anche se solo a cose fatte, quando la fine (della storia) dà di gomito al principio (e del resto questa altro non è che la regola che sta a fondamento di ogni buona storiella, fiaba e avventura che si rispetti – non mi capacito ancora, a distanza di anni ed anni, di quanto tempo e quante peripezie debba affrontare il povero Pinocchio per poter andare a scuola, la prova più semplice, un vero gioco da ragazzi…).

Dunque, il linguaggio della buona letteratura non ha funzione fotografica, né è un carretto per trasferire informazioni. Il linguaggio è espressione (come il volto di ognuno di noi) e il suo movimento, la sua vitalità, la sua fiamma è il desiderio. La buona letteratura, fra le altre cose, plasma il mondo a partire dal desiderio. È per questo che, a tratti, la scrittura deve rendere omaggio a tutto ciò che non è stato, a ciò che si sarebbe voluto dire, fare, diventare…è la cucitura dello strappo fra l’uomo calato nel mondo e certi brutti pensieri che gli fanno perdere l’equilibrio…è il via libera per percorrere quella strada parallela che è stata/esistita solo in noi che non abbiamo potuto/saputo realizzare. È un ricucire gli eventi con il filo del desiderio che scalza la ragione calcolante, è l’alleanza con il grottesco, l’ironia che mandano gambe all’aria i vecchi sistemi di riferimento. Nel racconto vige l’ironia della sorte. Credo che nemmeno Bukowski (nomino lui solo perché giustamente noto a tutti) vivesse in tutto e per tutto come i personaggi dei suoi libri.

Bisognerebbe dire tanto altro, ma, come promesso al principio, questa è una a-sistematica presentazione di alcune questioni che mi stanno a cuore e che, grazie alla cortese e sferzante mail di Mittente, mi sono deciso a mettere sul piatto. Per ricapitolare…alla domanda, Chi sei Tu? rispondo semplicemente: uno che ha cercato di fondare un nome su cui poi collocare un autore che, attraverso questo blog, provasse a condividere una certa idea di letteratura. Niente di più…

4 commenti su “Chi sei tu? Una certa idea di Letteratura

  1. marcello comitini
    luglio 20, 2017

    In questa presentazione parli di molto altro, lo so. Ma io qui raccolgo e trapianto due tue frasi che mi appaiono significative e illuminanti per la loro esattezza:
    “una delle cose che sempre mancava o era deficitaria, era proprio la tematizzazione del corpo: non c’erano dei corpi, non c’era vero movimento, ma, spesso, solo parole che rimandavano ad altre parole…”
    “il linguaggio è espressione (come il volto di ognuno di noi) e il suo movimento, la sua vitalità, la sua fiamma è il desiderio…”
    Gli autori di questo tipo di letteratura sono coloro che fanno nascere le loro opere fissando il piano della loro scrivania (che sia pc tablet o il vuoto di immagini vuote non importa) o mettono presuntuosamente in primo piano il loro corpo, trasformato in elucubrazioni più o meno sentimentali e/o sensoriali.
    Sono coloro a cui manca, come sosteneva Cesare Pavese, carne e sangue.
    E costoro, sostenuti anche da importanti case editrici gettano scredito sulla letteratura odierna e allontanano i lettori.

    • tommasoaramaico
      luglio 20, 2017

      A dire il vero ho impiegato del tepo per capirlo – preso come ero da “astratti furori”. Ma da quando ho compreso quanto importante fosse tale aspetto non ho più mancato, nel mio piccolo, di tenerlo al centro delle mie considerazioni…

  2. Guido Sperandio
    luglio 20, 2017

    Ho sempre invidiato geometri e ingegneri perchè per fare una villetta o un ponte, le regole sono quelle, non ci si scappa. Le dosi di calce e cemento sono quelle e basta, se no il manufatto non sta in piedi. Il casino scoppia poi sul giudizio, se la villetta sia bella o meno, ma a questo punto il geometra ha finito il suo compito e riscossa la parcella.
    In letteratura, tutto è ferocemente soggettivo e talmente, che uno non può non avere e quindi stabilire dei punti di riferimento, ma nel contempo (a meno che non sia un megalomane pazzo) non può non avere l’umiltà del dubbio continuo sulla validità di quei punti, schiavo di una ricerca e autocontrollo continuo.
    Questa premessa per dirti che ti ho letto con interesse perchè dai percorsi altrui, sebbene riconducibili a quella persona e solamente, non è detto che si possano trarre utili elementi; per sè, per il proprio (personalizzatissimo) percorso.

    • tommasoaramaico
      luglio 20, 2017

      Ed era proprio il fine di questo piccolo ed umile intervento. Fare un poco di ordine per me e, al tempo stesso, offrire uno spunto. Quelle della letteratura sono regole o leggi che si fondano su di una contraddittoria, ma inaggirabile, “libera necessità”. L’importante, Credo, è che ci siano.

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Questa voce è stata pubblicata il luglio 20, 2017 da con tag , .

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