Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Fughe del figlio

Del tutto in linea e come sviluppo di una serie di post dedicati al povero Iant Testa e alle sue a tratti cupe riflessioni sulla sua funzione di genitore, e dopo il breve intervento su Il dramma del bambino dotato di Alice Miller, mi sono trovato a leggere Il segreto del figlio. Da Edipo al figlio ritrovato di Massimo Recalcati. Il saggio, così come esplicitato dal famoso psicoanalista lacaniano, va a mettere idealmente il punto su una serie di scritti che a partire da Che cosa resta del padre? La paternità nell’epoca moderna e Il complesso di Telemaco, passando per Le mani della madre, hanno come fulcro del loro domandare il problema dei rapporti famigliari e lo status delle figure che determinano la famiglia. Questo breve e denso scritto cerca di dare una risposta alla seguente domanda: chi è e quali caratteristiche ha il figlio giusto? Il saggio cerca programmaticamente di svincolarsi da una doppia, distorta, visione del rapporto del figlio con le figure genitoriali. Prendendo atto del tramonto di una certa idea di genitorialità che faceva tutt’uno con l’esercizio di una Legge che coincideva con un potere che non prevedeva mediazioni o dialogo e fondata sull’autorità del padre-padrone; si prendono qui le distanze anche da una idea tutta contemporanea, affascinante e dominante, ma pericolosa: l’idea che bisognerebbe essere genitori dialoganti a oltranza e a tutti i costi, genitori tanto empatici, però, da confondere la vicinanza al figlio con una tendenza al cedimento che provoca lo smottamento dei ruoli annullando ogni differenza generazionale, perdendo così di vista la distanza, la verticalità e l’asimmetria, per rifugiarsi in una orizzontalità che sfuma ogni posizione e che disinnesca il potere esplosivo/liberatorio insito nella necessaria ed ineludibile diversità che attraversa le generazioni. Certamente qui, come del resto in tutta l’opera di Recalcati, spicca e si affaccia, continua ed insistente, la figura del padre come figura chiave non solo nella formazione, ma nella stessa possibilità di essere del figlio. Riporto qui qualche considerazione perché queste sono tematiche su cui torno spesso, e in diverse forme, riprendendo sempre e nuovamente un discorso necessario, una questione che non solo non mi stanca, ma che, al contrario, mi permette di ripercorrere e ridisegnare le molteplici linee di fuga che sono poi le esistenze concrete del “figlio” e del “padre”. Qui per fughe non si deve intendere il fuggire o perlomeno non solo questo, ma anche e soprattutto le linee di fuga e le direttrici esistenziali che possono ordinare e coordinare l’esistenza e l’emancipazione del figlio dai genitori e, su tutto, in questo testo, dal padre.

L’intera analisi/ricerca di questo figlio “giusto” passa per la discussione che da Edipo (figura emblematica di ogni ricerca psicoanalitica, dopo che Freud l’ha eletto a figura-chiave della psiche) e, passando per Amleto e Isacco, giunge al figlio ritrovato per come emerge dalla parabola del Vangelo di Luca.

La condizione del figlio coincide con quella dell’uomo…possiamo non diventare padri o madri, mariti o mogli, possiamo anche non avere sorelle o fratelli, ma nessun essere che abita il linguaggio, nessun essere umano, può non essere figlio…non esiste vita umana che sia a fondamento di se stessa…La vita viene alla vita sempre da un’altra vita, è da sempre, in questo senso stretto, in debito con l’Altro. Lo stato di abbandono e di derelizione in cui il figlio viene al mondo mostra in modo chiaro questa condizione di debito e di dipendenza fondamentale all’origine della vita. Per vivere la vita umana ha bisogno della presenza dell’Altro, della sua risposta…

Edipo è il prototipo del figlio maledetto: parricida ed incestuoso. Dialetticamente, inesorabilmente legato ed imbrigliato all’infanticidio (pianificato, ordinato, ma non riuscito) di Laio, il padre che mette in moto la catena del risentimento, Edipo risponde – ripetendo il gesto paterno macchiandosi di una colpa simmetrica e di segno rovesciato – nel parricidio realizzato. Edipo è il figlio il cui destino è già scritto, colui che non riesce a comprendere il peso che fin dalla nascita è stato posto sulle sue spalle e di cui porta traccia indelebile perché incapace di far propria questa terribile eredità, svincolandosi dal dettato mortifero di un padre vorace, totalitario e totalizzante che si orienta alla morte del figlio pur di preservare il proprio status in un delirio di onnipotenza che non accetta lo scarto fra le generazioni, il sopravanzare del nuovo e del diverso. La nascita del figlio, che simbolicamente dovrebbe indurre il padre a farsi carico della propria morte e mortalità (quanto tempo l’inquieto Ian Testa sta lì a pensarci su), diventa qui chiave di volta della tragedia stessa. Edipo è colui che attraverso l’uccisione del padre non solo non se ne libera, ma vi si intreccia ancor più profondamente ed inesorabilmente perché ne riprende alla lettera il segno e le gesta.

Cattivo figlio è pure Amleto, che sa della fine tragica del padre, ma senza riuscire a vendicarlo, perso come è nel dubbio e nell’incapacità di tenere insieme ciò che dovrebbe fare e ciò che in realtà fa – nulla. Amleto è chiamato ad attraversare il dubbio del figlio che deve rinunciare al rapporto esclusivo con la madre di cui non tollera godimento che per lei si dà indipendentemente dal figlio, anzi, oltre e a dispetto del figlio. C’è poi una diversa direttrice da seguire, una linea di fuga diversa ed esemplificata dalla parabola lucana sul figliol prodigo che dà inizio alla propria vicenda con una richiesta inaudita: “Dammi la parte del patrimonio che mi spetta“. Richiedendo, anzi, esigendo la parte di eredità che gli spetta al padre ancora in vita, questo figlio si espone ad una colpa di per sé evidente. Esigere la propria parte di eredità quando il padre è ancora in vita, è un atto carico di una incredibile potenza simbolica. Questo figlio esige la parte che gli spetta per abbandonare la casa paterna e questo padre, che poteva sottrarsi a tale illegittima richiesta, cede alla volontà del figlio che sperpererà e dissiperà le sostanze nella dissoluzione, andando a finire fra i porci, degradato nella sua stessa umanità. Dal fondo della sua condizione di reietto tenta di risalire la china e infine si presenta al cospetto del padre che, vedendolo tornare, perdona il figlio e indice una festa sfarzosa. Non chiede ragione o spiegazioni, ma è apertura al figlio che attraverso questa accoglienza e questo perdono accede ad una seconda possibilità di realizzazione. Il figlio giusto non è quello che si rivolta al padre senza riconoscere il proprio debito nei suoi confronti, ma neppure quello che pedissequamente ne ripercorre le orme, gravato anche lui dal peso di questo debito. Il figlio giusto è quello che si appropria del lascito paterno, che ne fa proprio il senso, ma superandolo ed individualizzandolo, facendolo veramente proprio assumendosi la responsabilità di decretarne il depotenziamento.

…è forse questo il destino di ogni figlio e di ogni padre…del figlio: passare dalla sovra-estimazione idealizzante dell’infanzia a una svalorizzazione che deve umanizzare l’antico eroe senza rigettarlo. Del padre: riconoscere di non essere più indispensabile al figlio, di accogliere la vita del figlio come un segreto, una trascendenza che non ha padroni.

Certo, da questo testo pare proprio che un figlio giusto discenda e almeno in parte si risolva nel padre giusto. Si potrebbe dire, in un ritorno del discorso su stesso, che il figlio giusto – che nel suo essere giusto non può dipendere interamente dalla giustezza del padre, perché altrimenti ne sarebbe diretta e monolitica ed eterodiretta espressione, ponendosi in piena contraddizione con la tesi stessa da cui muove il libro – si potrebbe affermare…che il figlio giusto deve essere giusto col padre, quale che sia il padre, anche il padre che ha lasciato una pesante eredità, eredità indigesta ed indigeribile, fatta di rottami di senso, parole confuse o assenti, di un agire privo di coerenza. Qui il giusto ereditare si oppone allo spettro della ripetizione sterile, evita che le colpe dei padri – privi di vero desiderio rispetto al figlio – ricadano su di un figlio destinato a ripercorrere la medesima strada/vita lastricata degli stessi errori che avevano guidato il padre. Il figlio, questo è certo, porta la traccia dell’Altro, ma il figlio giusto la trascende riappropriandosene senza più essere schiavo, cercando di disporne facendosene consapevolmente carico, rinunciando, però, alla retorica del dialogo e della condivisione e complicità. Onorare il padre (e chiaramente la madre) per mezzo dell’esposizione di sé. Cancellandolo idealmente nell’atto stesso di scriverlo, mi viene da richiamare tutti gli sforzi che in questo ultimo anno e mezzo ho dedicato a questa ragnatela di senso che ho tentato di racchiudere in una formula ed in un titolo – Ringraziare.

4 commenti su “Fughe del figlio

  1. dragoval
    maggio 31, 2017

    Molto bello questo tuo post, e soprattutto quanto scrivi a proposito del “padre giusto”. Ma se il padre non è giusto, se fagocita il figlio come Chronos, l’archetipo del padre autoritario e terribile, al figlio quale alternativa resta? Davvero deve trattarsi di un aut-aut, mors tua vita mea? Davvero il figlio può realizzarsi soltanto in absentia , del padre, sia egli Edipo o Telemaco?
    Nel suo bello e densissimo saggio La porta stretta- come diventare maggiorenni , Umberto Curi individua forse un tertium che mi piace qui proporre, nella resilienza mite e inflessibile di Bartleby, lo scrivano creato con felice e profetico genio da Herman Melville:
    Con la mite inflessibilità di una formulazione grammaticale strana, Bartleby sconvolge i presupposti stessi su cui si regge l’universo della precisione, al cui interno si muovono Platone e Shakespeare, Sofocle e Dostoevskij. Alla figura «immobile», così «sbiadita nella sua decenza», così «miserabile nella sua rispettabilità», così «disperata nella sua solitudine», dobbiamo essere grati. Non perché egli sia, né tanto meno pretenda di essere, un eroe, in grado di salvarci. Né perché possa assurgere alla funzione di paradigma, sul quale modellare il proprio comportamento, mostrandoci in che modo si possa diventare maggiorenni. Ma perché ci ha fatto capire quanto possa essere potente un linguaggio remoto da ogni violenza verbale, programmaticamente alieno dal dispotismo dell’affermazione e della negazione. Un linguaggio della possibilità e del condizionato, infinitamente più incisivo di ogni espressione formulata nel modo indicativo.
    Può dormire, Bartleby, «con i re e i governanti della Terra». Costoro hanno saputo soltanto costruire per sé «luoghi desolati». Mentre un umile scrivano ci ha donato la forza tranquilla della mitezza. A chi ci incalza per farci diventare maggiorenni, e dunque vorrebbe spingerci all’obbedienza o costringerci al parricidio, hadimostrato che si può rispondere «preferirei di no».

    • tommasoaramaico
      giugno 1, 2017

      Non conoscevo questo saggio cui fai riferimento. E questa idea di mitezza, aliena dalla violenza, ben si inserisce nel discorso che ho cercato di portare avanti. Dovrò approfondire. Grazie per la suggestione.

  2. Renza
    giugno 4, 2017

    Sì, un post molto denso e ricco di stimoli. La figura del figlio e dunque quella del padre, perché se è vero che la condizione di figlio è comune a tutti, ciò avviene perché esiste comunque un padre ( presente, assente, impositivo, indifferente e via dicendo). Mi piace l’ idea che il figlio giusto sia giusto con il padre, anche se egli non è stato giusto. Mi piace perché oggi si tende ad abolire l’ idea di padre e quindi di autorità. E’ appena uscito un testo- di cui ho solo letto la recensione- La società orizzontale di Marco Marzano e Nadia Urbinati, in cui si sostiene la tesi- così pare- di una società senza padri, migliore di quella patriarcale. Una sorta di attacco al modello Telemaco, in virtù di una propensione ad una società orizzontale, veramente democratica, che non conosca passaggi di testimone. Non avendo letto il saggio e comunque per manifesta incompetenza, non mi pronuncio, tuttavia ho il dubbio che il timore, avanzato dagli autori ( che la presenza della figura del padre sia responsabile del leaderismo spinto in politica della nostra epoca), sia giustificato da una tesi opposta. Che sia l’ assenza del padre a cercare rifugio nel leader…
    In ogni caso, la via della mitezza a cui fa riferimento Dragoval è stata proposta anche da Norberto Bobbio ( il mite è colui che lascia gli altri essere come sono) e qui mi fermo, perché sarebbe interessante – e sterminato- il ragionamento su quando e come e con chi… esercitare la mitezza .

    • tommasoaramaico
      giugno 4, 2017

      Grazie per il tuo bel contributo. Neppure io ho letto il saggio che citi, ed anche io diffido di questa visione “orizzontale” dei rapporti sociali. Diffido per principio di posizioni di questo tipo, che paiono poggiare sul mito del cominciamento e dell’assenza di debito e di limiti. Ma come te non ho letto e quindi rischierei di semplificare posizioni assai più complesse e sfumate. Per quanto riguarda poi il rischio del richiamo al leader…beh, è una distorsione della dialettica padre-figlio. Il discorso non può terminare, data la sua natura.

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Questa voce è stata pubblicata il maggio 29, 2017 da con tag , , , , , .

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