Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Figure del padre: Ian Testa #2

Ian Testa ha sempre fatto di tutto per sentirsi normale, nella media, e questo perché intimamente dubita di esserlo. Non c’è niente di peggio di vergognarsi di sé e delle proprie specificità, per questo Ian fa di tutto affinché suo figlio maturi e si tenga stretta la propria irriducibile ed irripetibile unicità. È una faticaccia tenere sempre in considerazione le ragioni del figlio, tipo quando non vuole andare a dormire o non vuole svegliarsi, o quando vuole mangiare dolci a cena o quando si piscia e caca sotto e non vuole lasciarsi lavare…è molto difficile, così come è difficile non essere supponenti e troppo esigenti…e così Ian si mette davanti allo specchio, spesso proprio dopo aver perso la pazienza col bambino e averlo sgridato, e pieno d’angoscia digrigna i denti e sbava come se parlasse non con se stesso ma con qualcun altro. Gli ricorda – allo Ian riflesso – di quando da bambino non mangiava per giorni o come tutte le notti si pisciava sotto o quando rubava le caramelle al minimarket sotto casa e poi tutte le volte che aveva dato di matto davanti ai genitori. Si punta il dito contro, allo specchio, si minaccia. Del resto un giorno il figlio glielo aveva chiesto: papà, perché prima di uscire controlli tutte quelle volte il gas? Già, perché il bambino dovrebbe concedergli di controllare cinque, dieci, venti volte la manopola del gas prima di uscire di casa? Cazzo, il bambino lo lascia fare, non lo giudica e non lo sgrida, non è impaziente e non lo tira per il giaccone. Lo lascia sfogarsi anche se non vede l’ora di andare a parco.

Ian fa di tutto, analizza tutto. Siede sul tappeto col figlio, lo prende sulle spalle per concedergli la prospettiva degli adulti. Lo tiene al suo fianco a tavola e non lo sgrida se le cose cadono a terra, mentre mangia. Non vuole che il suo ragazzo smetta di mangiare per la paura di sbagliare. Si compiace delle capacità logiche e linguistiche del ragazzo, gli piace vederne la superiorità rispetto ai coetanei, però cerca di tenersi questa soddisfazione tutta per sé. Tace il proprio amore e fa sentire al figlio tutta la fiducia che nutre per lui, ma senza che questo diventi un fardello per il ragazzo, così come era stato per lui che, ad un certo punto, oltre ad aver smesso di mangiare, aveva iniziato a rifiutarsi di parlare e studiare. Ian non ricorda bene quei tempi, sa semplicemente che la voce del padre e i suoi occhi soffiano come brutti spifferi nella sua mente, mandandolo in confusione. Ricorda poco o nulla, gli rimane solo una gassosa impressione – ci sono gli occhi dei suoi genitori e, in generale, la certezza che quello che lui aveva a cuore non era interessante o degno di nota…ancora oggi lo nota, quando porta suo figlio dai nonni. Il figlio non se ne rende praticamente conto, mentre lui, Ian Testa, va fuori di testa dalla rabbia(-repressa), e questo gli dà ancor più da pensare, oltre a gettarlo nello sconforto. L’uomo maturo vomita a più riprese il bambino umiliato e ferito che si porta dietro come un pesante sacco. Ma va bene così, Ian sa con precisione cosa non deve fare. Il figlio chiede di bere insieme una tisana rilassante quando lui è stanco morto? Vuole costruire una maschera? Fermarsi a guardare un lombrico? Salvare una lumachina? Ce ne sono una infinità di cose del genere, anzi, una costellazione…di quella costellazione Ian Testa sa di doversi fare carico. Quello è attualmente il firmamento del figlio e lui non può permettersi di tirarsi su in piedi col rischio di squarciarne il telone intessuto dell’immaginazione e dall’urgenza di determinate esperienze. No, deve accucciarsi ed incrociare le gambe e tirare fuori tutta la sua buona volontà. Predisporsi al bene è già trovare un accesso al bene. Ian Testa sa di essere vitale per il figlio, come e più dell’aria e del cibo, sa che i suoi occhi e le sue parole possono cacciarlo nello sconforto più puro o aiutarlo a diventare un uomo. Lo sa perché ancora tutti cercano e chiamano lui, mentre lui, nella sostanza, si è da anni ed anni perso in un crepaccio. Ce lo hanno cacciato a suo tempo i genitori tutte le volte che si sono voltati dall’altra parte, privandolo della luce del loro sguardo; e poi lo hanno destinato a rimanerci con la lunga fila di discorsi sprezzanti con cui lo hanno una volta e per tutte definito. Lui, per la vergogna, di lì ha deciso di non uscire. Tira fuori la testa solo per il figlio, per osservarlo e dargli delle indicazioni, per evitargli di finire in una delle tante fosse di cui il mondo è pieno.

Ian Testa non ama il contatto fisico, ma ama il figlio. Non dice il suo amore perché sa che le parole, se troppo dirette, sono pericolose…si limita ad abbracciarlo, lo bacia almeno una volta al giorno, gli prepara da mangiare e lascia che il figlio prepari qualcosa da mangiare per lui…lo veste, lo lava, gli prepara il bagno con tanta schiuma, suona per il figlio, per lui canta e danza, legge ed inventa storie, stende i suoi panni, lo porta al parco, si accerta che sia ben vestito, che non sudi né senta freddo, gli compra giocattoli e con lui ripara quelli rotti, ne costruisce di nuovi, ripassano i nomi delle cose e si divertono a storpiarli, si affacciano alla finestra e guardano per strada, vanno in bicicletta, passano pomeriggi interi a fare puzzle e a giocare a scacchi senza seguire alcuna regola, prendono il treno, l’autobus, la metropolitana, si addormentano sul divano, si riaccompagnano reciprocamente nel sonno se si svegliano in preda agli incubi, guardano i cartoni animati e fanno la lotta, spesso chiacchierano e si confidano…Ian ascolta i racconti del figlio senza esserne mai pago, lo guarda, ne saggia la bellezza e la nobiltà, si compiace di avere un figlio così, si concentra per rendere questo pensiero reale e farlo giungere al figlio…che diventi carne e sangue in lui.

Un giorno di tanti anni prima, ai tempi del liceo, un giovane e malinconico Ian Testa era seduto al tavolo della cucina. La madre aveva servito il caffè fumante, lui aveva zuccherato entrambe le tazzine. La madre aveva poi aveva fatto fare un mezzo giro alla sua, di tazzina, e quando Ian le aveva chiesto il perché, lei gli aveva risposto che l’aveva fatto perché gli voleva bene, perché potesse prenderla con più facilità. Il ricciolo di coccio della tazzina dava adesso sulla sua mano destra, in questo consisteva la momentanea manifestazione d’amore della madre. Ian l’aveva ringraziata, anche se la madre, di fatto, gli aveva complicato la cosa. Ian è mancino. Quel giorno aveva compreso che persino l’amore è sempre scomposto e può far danno, perché prende sempre le mosse da chi ama e raramente dall’amato…Ian maturo, alla soglia dei quarant’anni, si ferma ad osservare il figlio, come una goccia d’acqua lascia scivolare lo sguardo sul suo profilo: prende la rincorsa dalla fronte e si lancia all’impazzata giù per il naso, s’arresta un attimo sulla punta e poi scende ancora, tiene i gironi delle labbra e poi dal mento piomba giù, in basso, verso i piedi che crescono di mese in mese, rendendo vecchie scarpe da poco acquistate…Ian Testa si compiace, mentre lo osserva, e si chiede fino a che punto il suo amore sia cieco e stupido, capace di mancare il bersaglio. È ciò che per definizione non può sapere. Ian sa la propria ignoranza, ed è già qualcosa, ma ciò non basta…lui è un padre e al figlio non servono filosofemi (che del resto Ian non padroneggia) o buoni propositi, ma qualcuno che sappia convincerlo che la vita sia degna d’essere vissuta e che lui sia degno di vivere…qualcuno che gli indichi come prendere quella tazzina senza rovesciarne il contenuto, qualcuno che nel verso giusto la metta a sua disposizione…è precisamente questo ciò che Ian non è sicuro di saper fare, ed è precisamente questo che i genitori non hanno fatto con lui. Ma Ian torna sempre e comunque ad osservare il figlio e solo così capisce ciò che è vero e giusto. Vero e giusto è il figlio che gioca, tutto impegno, serietà e determinazione, anche a dispetto degli errori, della torre che frana, del puzzle che non si ricompone, del trenino che deraglia, del soldatino che non si tiene in piedi…

5 commenti su “Figure del padre: Ian Testa #2

  1. Ivana Daccò
    febbraio 18, 2017

    Mi intriga molto questa tua storia. Domanda: non c’è anche una mamma del bambino con cui collaborare per la sua vita, una donna nella vita di Ian? Appaiono i nonni.
    Certo, il punto di vista del padre, eppure.
    Aspetto il seguito

    • tommasoaramaico
      febbraio 19, 2017

      Grazie. Si, c’è, ma è figura che rimane sullo sfondo. Tutto si gioca su rapporto padre-figlio.

  2. Alessandra
    febbraio 19, 2017

    “Quel giorno aveva compreso che persino l’amore è sempre scomposto e può far danno, perché prende sempre le mosse da chi ama e raramente dall’amato…” Quanta verità in questa frase.

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Questa voce è stata pubblicata il febbraio 18, 2017 da con tag , , .

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