Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Del vecchio e del nuovo

Non è semplice parlare di ciò che è vecchio e di ciò che si presenta come nuovo, così come complesso, se non proibitivo, appare ogni tentativo di mettere insieme il vecchio ed il nuovo restituendo la fluidità del divenire che li lega e li mette in connessione attraversando la (apparente) distanza che li separa. Tale problematica, relativamente ad una certa idea di letteratura (o di romanzo), era emersa un po’ di tempo fa in un post – Ho letto un libro – da cui veniva fuori una sorta di piccolo (a tratti grottesco ed ingenuo) ritratto di libro-tipo, di libro-idea. Dopo la ri-lettura, a distanza di qualche anno, di un breve e densissimo saggio, Senex e Puer di James Hilmann, il senso di quel post si è ulteriormente chiarificato, perché finalmente collocato all’interno di una prospettiva più ampia ed articolata – tale da ricondurre la produzione del senso all’interno del legame fra il Senex ed il Puer, coppia archetipica (per parlare il linguaggio della psicologia analitica di Jung) che investe, influenza e determina ogni aspetto della realtà: psichica, storica, sociale, culturale. Tutta la difficoltà di maneggiare una tale questione appare evidente nel momento in cui la si voglia applicare alle dinamiche sociali, si fa bruciante a livello di discorso politico e nelle relazioni parentali (il Padre come grande incarnazione del Senex, il Figlio come alfiere del Puer), ma investe anche – benché possa interessare molto meno – il campo della letteratura e della sua inesauribile produzione, il suo presentarsi (spacciarsi) come fucina di novità, originalità, rottura col passato. Insomma, fra vecchio e nuovo, tanto nel rapporto fra le generazioni, quanto nella produzione letteraria, la cesura deve (sembra dogmaticamente dover-) essere netta, dato che solo nella sua (presunta) estraneità al vecchio, ciò che si affaccia al mondo si dà (crede di darsi) come effettivamente nuovo. Al fine di comprendere questa contrapposizione si rivela uno strumento raffinatissimo il saggio di Hillman. Lo smarrimento contemporaneo, lo scollamento ed il contrasto che sempre più caratterizza il rapporto fra le diverse generazioni, così come quello dell’individuo con se stesso, si ripresentano in certe tendenze proprie della produzione letteraria in generale e sono riconducibili ad una scissione in seno all’archetipo senex-puer, che in sè porta ambivalenza ma non separazione/scissione fra le due istanze che, in realtà, lo costituiscono.

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…l’archetipo non è diviso in poli…per sé è ambivalente e paradossale…l’opposizione implicita nell’archetipo si scinde in due poli quando esso entra nella coscienza egoica…per la psicologia, la base ontologica della polarità è la coscienza dell’io…Puer e Senex, pertanto, sono ciascuno sia positivo sia negativo…ma finché esse rimarranno in contrapposizione polare, finché l’io indosserà una sola faccia, ci riuscirà impossibile dire “buona” dell’una senza dire “cattiva” dell’altra…

L’incapacità di coordinare e tenere insieme le polarità archetipiche da parte di un Io porta alla scissione. Del resto il moderno razionalismo non ammette sfumature ed ambivalenze che al contrario denigra e che la psicologia classica interpreta come segnali di cedimento schizofrenico, sintomi di un Io che progressivamente si indebolisce. Il tutto a partire dall’idea che solo le nette determinazioni, le rigide distinzioni e separazioni siano il solco che separa normale ed anormale, efficiente ed inutile. Non si propone qui certamente una sintesi fra questi due poli, poiché ogni sintesi si rileva, in ultima analisi, come riduzione di una istanza all’altra, come cattivo proposito alla base del peggior tipo di integrazione (che ha sempre, al proprio interno, la tendenza al divoramento) no, qui si rimanda al mantenimento della tensione e dell’ambivalenza. Io non è mai veramente Io, ma anche sempre Altro, così come Altro non è mai veramente Altro, ma sempre e comunque custodito nell’Io. E così il vecchio cinico e porco ed accumulatore (Senex negativo) viene sì denunciato, ma anche (avidamente) guardato dal giovane (Puer negativo) che urla e strepita e pesta i piedi; e al tempo stesso la stupidità di ciò che è nuovo è sempre denunciata da un vecchio che guarda il mondo esterno da dietro la tendina della finestra di casa, dallo spioncino della porta, da dietro le carte da gioco che stringe con dita tremanti mentre sta seduto al tavolino di un bar. Il giovane che non siamo e vorremmo essere (indipendentemente dalla nostra reale età e senza rendercene conto) ci rende simili a quei vecchi (non in senso cronologico) rimbambiti che hanno un piede nella fossa ma che vogliono sempre ed ancora tutto (in politica, nella società, in letteratura); il vecchio (non in senso cronologico, ma simbolico – come saggezza) che non siamo e non riusciamo ad essere ci spinge a prendere le parti del Puer nella sua versione più deteriore, come rivoltosi (e non rivoluzionari), come aleatori (e non creativi), come sorgenti dell’effimero e non del nuovo…

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Saturno è al tempo stesso immagine archetipica del Vecchio Saggio, del sapiente solitario…con tutte le relative virtù morali e intellettuali, e anche del Vecchio Re, l’orco castrato e castrante…è padre e al tempo stesso distruttore di tutte le cose; vivendo della propria paternità, si ciba insaziabilmente del bottino del proprio paternalismo…Saturno è allo stesso tempo l’immagine del Senex positivo e del Senex negativo.

Il Puer proprio non sopporta la tortuosità, il tempo e la pazienza. Il Puer vaga per spendere o per catturare, per accendere, per tentare la sorte, ma senza lo scopo di tornare a casa. Nessuna moglie lo attende, non ha figli a Itaca…Dal Puer ci proviene il senso di destino e di missione; il senso di possedere un messaggio e di dover essere gli eterni coppieri degli dei…e quando cade noi perdiamo il senso urgente, bruciante del nostro scopo e cominciamo invece la lunga marcia processionale attraverso i palazzi del potere verso il Vecchio Re malato…

Insomma, la certezza circa la propria posizione, se portata all’estremo e fino all’idea dell’auto-posizione senza mediazioni, senza influssi ed influenze tanto tipiche di quanto è nuovo e giovane (ogni vero bambino è sempre un “moccioso” esposto a quelle ripetute influenze tanto necessarie alla sua crescita), si rivela non come esuberanza di ciò che è fresco e giovane, ma come rigidità che sa di morte, fermezza che tradisce immobilismo – tutte caratteristiche proprie del Senex negativo, auto-centrato in una soffocante pretesa di ordine. Ma anche la fermezza del Senex che sbatte in faccia al mondo la sua pretesa esperienza, il suo sapere superiore, nutrito dal tempo, tradisce infine un autoritarismo privo di ogni idealismo, una unilateralità paralizzante. Il cinismo ed il dispotismo caratteristici del Senex negativo si risolvono, infine, in infantile cocciutaggine, nella puerile visione di un mondo tagliato in due da opzioni binarie: sì/no, bello/brutto, buono/cattivo, in una visione delle cose riduttiva, sterile e senza sfumature. È il Senex che batte i piedi a terra, come il peggiore dei bambini.

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Troppa della attuale produzione si autoproclama come novità assoluta, nel senso di ab-soluta, priva di quei legami che per principio (e quindi riduttivamente) considera legacci, così come tanta altra pretende di assurgere, neppure ha visto la luce, al rango di classico, rinunciando così alla sua necessaria giovinezza, al suo sacrosanto diritto di entrare nel mondo senza alleanze, vivendo una parte del suo percorso in solitudine, in sordina, parlando senza avere pubblico, senza nessuno a darle ascolto, convinta, però, della necessità del suo dire. Tutto questo viene, almeno in parte, proprio dalla scissione di cui si è cercato di dar conto. Dall’aver abbandonato l’ambivalenza che tiene insieme l’eccentricità del Puer e la capacità di assicurare coerenza propria del Senex, la capacità di slancio e ripresa del Puer e l’esposizione alla nostalgia del Senex che ripercorre con pazienza la propria storia. La via, al contrario, sembra essere quella dell’esposizione all’influenza propria tanto del Puer (il bambino terribile e moccioso), quanto del Senex (bardato di sciarpa e cappello anche quando splende il sole e che se ne sta sempre lì col fazzoletto a tamponare il grosso naso tutto capillari spezzati). Nulla comprende chi dichiara di esser “nuovo” e di non subire l’influenza di ciò che viene prima, così come poco comprende il vecchio, che dice di non essere esposto a quel nuovo che considera sciocco e rumoroso e privo di valore. La verità è in quella particolare forma di influenza che colpisce al di là di ogni scelta e tendenza alla chiusura, smascherando le opere che si dicono nuove come pagine piene di muffa. Molto di quello che si dice nuovo è in realtà vecchio (nel senso deteriore del termine) e in questo è del tutto simile a ciò che si presenta come (già) “classico” e che in realtà non fa trasparire alcun senso di profondità (storica e di senso), ma che si presenta come luogo angusto, nella forma di quattro mura che dovrebbero custodire qualcosa di prezioso e che, invece, sono una sorta di container per roba vecchia e che andrebbe semplicemente buttata.

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Senex e Puer permette di leggere entro categorie più ampie e ben definite quanto emergeva tempo fa in questo spazio e che veniva fuori un po’ di getto (a sua volta carico dell’ingenuità del Puer): “Ho letto un libro. Un’opera breve, asciutta, in cui tutto era significativo, dove ogni parola se ne stava al suo posto di diritto“. Già, ultimamente mi è capitato di leggere qualche libro che aveva esattamente le stesse caratteristiche. Senza dichiarare i titoli, dirò invece dei periodi in cui sono nati. Uno risale all’inizio dell’Ottocento, un altro alla seconda metà del Novecento, il terzo, invece, ha una decina d’anni – un capolavoro poco discusso dalla critica. Al contrario, mi è capitato, in libreria, di sfogliare qualcuno di questi testi che si vogliono “nuovissimi” o, in alternativa, che già si proclamano “classici”, anche se hanno pagine che puzzano di latte. Ed insomma, la loro lingua, che si vuole nuova, nuovissima, contemporanea fino a varcare il confine del presente verso il futuro troppo spesso pare decisamente sorpassata, cioè già passata/parlata di bocca in bocca, in un dire che è il “si dice” della “parola vuota”, in un periodare dove tutto fila “liscio come l’olio” (all’insegna di un Puer negativo che vuole che tutto sia facile e veloce), dove non c’è “attrito”, resistenza, un periodare che non obbliga il lettore (come vuole il Senex positivo che richiama alla serietà) a fermarsi, a ritornare sul letto. dato che di quel letto già tutto è stato detto (proprio come il Senex che si bea nel suo deteriore e deteriorante tornare su stesso, ripetendosi una infinità di volte). Libri che invitavano a “divorare senza ruminare” (mettendo insieme il Puer negativo sempre affamato e il vecchio bavoso che mangia di tutto nel suo vizioso tramontare, gonfiando ulteriormente il suo ventre ributtante), scritti per il “lettore-lonza” che divora senza trattenere nulla, che si fa specchio del libro-bianco, che è vuoto e privo di nutrienti, che non chiede tempo ed attenzione, né slancio alcuno. Diverso è, invece, il libro che si mantiene nella tensione fra vecchio e nuovo…che tende al nuovo pur affondando le radici nella perenne influenza di ciò che precede, che si spinge in avanti ma rallentando per riannodare sempre e ancora le fila della Storia.

2 commenti su “Del vecchio e del nuovo

  1. Alessandra
    novembre 20, 2016

    Azzeccato – ma tremendo – quel dipinto di Rubens che hai inserito nell’articolo. Mentre il saggio di Hillman, che non ho ancora avuto il piacere di leggere, appare davvero interessante, cercherò di non farmelo scappare. Perdonami l’indiscrezione, ma nella vita ti occupi per caso di materie umanistiche, magari di filosofia? Perché si avverte sempre una forte competenza in tutto ciò che scrivi, che va ben oltre la capacità di stendere le solite analisi, per quanto ben fatte. PS vorrei però tanto saperli, quei titoli che hai omesso 😉

    • tommasoaramaico
      novembre 20, 2016

      Grazie. Si, quel Rubens sintetizza alcune delle nostre più profonde inquietudini. A proposito dell’indiscrezione, beh, si, interessi a parte, diciamo che ho una formazione filosofica (detto così sembra un poco roboante, in realtà non me ne intendo più di chiunque altro legga questa tipologia di testi) e non pago cerco pure di insegnarla a scuola. P.s. Quei testi per adesso li tengo “per me” (ma potresti benissimo averli già letti) – però conto, più avanti, di farli oggetto di qualche post. Grazie ancora per il bel commento.

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Questa voce è stata pubblicata il novembre 19, 2016 da con tag , , .

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