Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Martin Amis, Money

Sono un oggetto incredibile che avanza, una massa di cento chili lanciata a tutta velocità. Sono il treno espresso alla fine del sogno. Tu siedi tranquillo nel tuo scompartimento e sollevi lo sguardo allibito dal libro mentre io ti sfreccio accanto trascinandomi appresso quel vortice di aria nera che acchiappa il tuo stesso vagone per il colletto e ne scuote il vetri dei finestrini. E poi sparisco, e la tua calma ritorna. Si, sono sparito ma non ho cessato di correre, di sfrecciare, di urtare.

Money è la storia di John Self, il tentativo di carpire il senso del suo sfrecciare. Non solo comprendere il senso in quanto tragitto (da dove viene, quali luoghi attraversa, dove finisce il suo viaggio), Money è il tentativo di comprenderne il senso al tempo stesso più proprio e più generale, lì dove il destino di Self (tutto raggrumato nel suo sé) viene a coincidere col destino di tutti noi – tutti senza eccezione figli del Ventesimo secolo.

John lavora nel campo pubblicitario, ma dopo aver guadagnato un mucchio di soldi con ambigue campagne pubblicitarie, è finalmente pronto per entrare nel mondo del cinema e realizzare il suo primo film. John fa avanti e indietro da Londra a New York, ha contatti e relazioni di ogni genere, ma in realtà è semplicemente ossessionato dalla volontà di fare soldi. Tutto nella sua vita ruota intorno ai soldi, a tutti quei soldi che deve guadagnare per poi – chiuso nel suo circolo vizioso – poterli spendere. C’è almeno un altro grande romanzo che parla di soldi e che, nel farlo, così come avviene in Money, affronta il problema del rapporto fra arte e denaro; la capacità dei soldi di corrompere l’arte, sottometterla e privarla di autonomia, minando alla base le sue stesse funzioni, così come il ruolo dell’artista. Quel romanzo è JR e l’autore è William Gaddis che, però, era incredibilmente serio circa il ruolo dell’arte e dell’artista, mentre Martin Amis sembra esprimere la resa nei confronti dello strapotere del denaro, così come una sostanziale sfiducia e/o disincanto sul ruolo dell’artista. E difatti in Money le cose prendono una piega diversa – John Self è un venditore consapevole e seriale di merce scadente, prodotti culturali la cui unica funzione è di far girare soldi per riempire le tasche dei suoi soci, così come le sue, permettendogli di mantenere le sue innumerevoli e costosissime dipendenze: cibo spazzatura e pasti in lussuosi ristoranti; frequentazione di bordelli di ogni tipo; tenere in funzione la Fiasco, la sua adorata macchina/protesi; mantenere Selina Street, fidanzata infedele come lui alla ricerca di soldi. Tutto ruota intorno ai soldi, anche il suo stesso primo film, che altro non è se un tentativo disperato di riassumere la sua stessa vita, con tutte le sue complicazioni, gli eventi tragicomici, le ambiguità, i rimpianti. John Self ha trentacinque anni, ma sente che il peso del tempo (e della ricerca/sperpero dei soldi) lo stanno precocemente portando al disfacimento. È grasso, stanco, la sua mente è perennemente annebbiata dall’alcool, dal pensiero del guadagno, da una sessualità che si fa pornografia perché, appunto, guardata e vissuta attraverso le lenti del denaro e, di fatto, piegata alla logica del potere che il denaro sottende e sostiene.

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Entrando nel mondo del cinema, John entra in un ambiente che non conosce veramente, fatto di incredibili miserie, lucentezza, potenza economica e narcisismo – un ambiente che contribuirà alla sua rovinosa caduta. Ma, soprattutto, John entra in contatto col la sua sceneggiatura, con l’idea per Good Money o Bad Money, dato che non sa ancora quale titolo dare al film. Si affida a diversi scrittori, ma le cose non vanno. Almeno fino a che non fa centro…

Uno dei motivi della scrittura di Amis è di portare nelle sue opere analisi sul ruolo dello scrittore e sul rapporto con la sua opera e con il lettore. Ne L’informazione – forse il suo libro più interessante – tali tematiche prendono la forma della rivalità tra due scrittori, esasperandone la componente narcisistica, la tendenza alla crudeltà ed alla vendetta, facendosi beffe di “io” infinitamente piccoli, se messi a confronto con l’infinita grandezza e potenza di tutto ciò che è. Qui Martin Amis si cala dentro il suo stesso romanzo e incontra di fatto John Self.

…c’è pure uno scrittore che abita dietro casa mia. Me l’ha indicato un tizio al pub, e da allora l’ho visto ciondolare al Family Fun, la sala-giochi, e trascinare la sua sporta azzurra del bucato alla lavanderia a gettoni. Non credo che li coprano d’oro questi scrittori, tu che dici?…Lui si ferma e si mette a fissarmi. Ha la faccia contratta e incredula – oltre che sorniona e attraversata da un sorriso sbilenco che sa di collusione. Mi mette i brividi […] Mi dicono che si chiama Martin Amis. Mai sentito nominare. Tu hai letto mai niente di suo?

Quale rapporto lega uno scrittore al personaggio della sua opera? Due ipotesi. Prima ipotesi. Durante la scrittura, mano a mano che la storia prende corpo, peso e forza, quello che al principio era un abbozzo si trasforma in personaggio (che ancora altro non è se non il prodotto dell’immaginazione – esattamente come il John Self della prima parte del romanzo), solo che poi quello che era “solo” un personaggio si fa via via sempre più reale, tanto reale da poter vantare, al termine della “scrittura”, un rapporto “alla pari” con quello che era il suo creatore. Seconda ipotesi. O è piuttosto il creatore/scrittore che, perso nella sua scrittura si perde, sfuma o si discioglie, tipo sale grosso nell’acqua che bolle, nell’opera stessa fino a divenirne parte integrante. Così, lo scrittore è chiuso rispetto al mondo reale ed aperto alla sua opera tanto da perdere consistenza nella realtà (che abita solo parzialmente/fisicamente) per assumerne sempre più nel dominio dell’immaginazione (dove vive innanzitutto e perlopiù come istanza psichica). Per fortuna non si è obbligati a scegliere – entrambe le ipotesi si toccano in un punto che raramente viene raggiunto: nell’opera del grande scrittore.

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Il legame Self-Amis (tanto che Self pare essere il sé-corrotto-inespresso di Amis e Amis il sé-artista-inespresso di Self) si fa così forte da indurre Self a chiedere a questo scrittore spiantato di mettere mano ad una sceneggiatura che fa acqua da tutte le parti. Dopo una difficoltosa trattativa, alla fine lo scrittore accetta, dopo che gli è stato promesso un compenso assurdo, in termini di danaro.

Mano a mano che la scrittura della sceneggiatura procede, va avanti anche la grande farsa che la vita di John è. Tutto nella sua vita è elevato all’ennesima potenza, fino al parossismo, al grottesco. La funzione del bere si trasforma in un continuo ingurgitare galloni di alcolici; mangiare è divorare cibo-spazzatura di ogni tipo; ogni rapporto carnale si fa orgia; il dormire è coma e morte apparente; ogni forma di agire si trasforma in rissa, incidente, malinteso, tradimento.

Londra pullula di storie, romanzi, poemi epici, farse, commedie, saghe, sceneggiate e pamphlet, in giro a passeggio mano per mano. E io, di quale film sono protagonista? Io direi una farsa volgare. Una di quelle commedie porno, da torte in faccia…

Quando un personaggio si fa indipendente dall’autore? John Self – alla fine, proprio quando i suoi rapporti con Martin Amis si fanno più intensi, ed ambigui – inizia a comprendersi come personaggio (così come l’autore, di pari passo, percepisce tutto il farsesco del suo ruolo, dissacrando il proprio status). Dal momento in cui John si auto-comprende come personaggio, oltrepassa il limite del personaggio, diviene parzialmente autonomo, si affranca dalla totale schiavitù rispetto all’autore che, a sua volta, perde il ruolo di grande burattinaio e finisce per calarsi non “nel” personaggio – errore madornale – ma “fra” i personaggi…e così Self diventa di carne ed ossa – una sorta di Pinocchio di segno rovesciato, dato che giunge a trasformazione non secondo formazione morale, ma seguendo un percorso di s-formazione e disfacimento fisico, psichico e morale. Certo, è proprio nel suo farsi reale che Self va incontro alla propria disfatta…quando il granitico del reale si oppone al granitico della persona…

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Quanta rabbia può provare un autore per i suoi personaggi? Pare proprio che possa esserci qualcosa di personale, che un meccanismo di difesa scatti proprio nel momento in cui ciò che è stato creato è sul punto di staccarsi, farsi opera e quindi operare al di fuori e al di là della volontà dell’autore (magari proprio nel rapporto sempre segreto del personaggio con il lettore tanto cercato e desiderato e quindi temuto ed odiato). Si crea qualcosa di personale in questa che è una vera e propria rottura dell’unità, dove ciò che era unito si separa secondo opposte linee di fuga, derive che porteranno il personaggio (se tutto va bene) verso i lettori e l’autore (se tutto va bene) verso nuove opere…e così via, in un processo, in una forma di ripetizione cui può mettere fine solo la morte o una sopraggiunta e dolorosissima crisi creativa. C’è qualcosa di personale e di morboso, una volontà di portare con sé (far morire con la fine di un’impresa creativa) anche i personaggi, non risparmiarli al punto, alla parola fine (del romanzo), non lasciarli andare via…vale per Martin Amis (e per chiunque scriva veramente) quello che l’autore appunta al principio dell’opera, come estremo avviso al lettore, affinché non sia sprovveduto…

Questo è il messaggio di un suicida. Quando lo troverai (e cose di questo genere andrebbero sempre lette con calma, pronti a cogliere ogni possibile indizio o rivelazione) John Self non esisterà più. O comunque questa è l’idea. Ma con il messaggio di un suicida non si può mai dire, non trovi?…Con la mente ne abbiamo scritti tutti quanti. Di solito è proprio il messaggio che conta. Lo scrivi, e poi puoi riprendere il tuo viaggio nel tempo. È il messaggio che finisce annullato, non la vita…A chi si rivolge il messaggio?…a John Self? No. Si rivolge a te, mio caro e gentile amico, a te.

8 commenti su “Martin Amis, Money

  1. Ivana Daccò
    ottobre 5, 2016

    Fascino. Con una sensazione di pericolo.
    Non ho mai letto Martin Amis. Forse dovrò decidermi.

    • tommasoaramaico
      ottobre 6, 2016

      Sì. Martin Amos è uno scrittore che non esita a confrontarsi con la parte meno “nobile” dell’uomo, così come del processo creativo.

  2. Alessandra
    ottobre 6, 2016

    Mi piace come riesci ogni volta a calarti nel tessuto di una storia mettendone in luce gli aspetti più significativi, in particolare quelli psicologici. Ti si legge sempre che è un piacere. Il tema dell’ossessione legata ai soldi appare interessante e sempre attuale, e il fatto che l’autore si inserisca in qualche modo nella trama mi ha fatto ricordare il postmoderno Città di vetro, dove Paul Auster aveva fatto più o meno la stessa cosa. Tuttavia non so se lo leggerò il libro, ci farò sopra un pensiero.

    • tommasoaramaico
      ottobre 6, 2016

      Grazie. Money è un testo bello e complesso, a tratti respingente. Per quanto concerne Auster ho gettato da tempo la spugna, essendo rimasto deluso dopo la lettura della Trilogia. Ma una volta di più mi ripeto – non l’ho capita.

  3. Guido Sperandio
    ottobre 6, 2016

    Parto da un dettaglio laterale, Auster. Anch’io non l’ho capito (trilogia).
    Amis lo leggerò prima o poi, o quanto meno un’occhiata gliela darò.
    La tua analisi del resto, è tanto dettagliata, da rendere la lettura successiva soltanto un completamento.

    • Guido Sperandio
      ottobre 6, 2016

      La scelta di questo titolo (e tema) da parte tua, peraltro, è indovinata per l’attualità, di come vanno le cose in questo nostro tempo, dove ormai è una parola, un modo, un concetto a dominare: marketing.
      Tale da rendere show ogni manifestazione, e ogni prodotto intellettuale sospetto.
      Money!, appunto.

      • tommasoaramaico
        ottobre 6, 2016

        Vero. Dubito che si cada in errore se si sostiene che la quasi totalità delle iniziative che ci circondano abbiano come movente il denaro.

    • tommasoaramaico
      ottobre 6, 2016

      Su Auster c’è poco da fare. Mi ero ripromesso, tempo fa, di dargli/darmi un’altra possibilità. Chissà.

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Questa voce è stata pubblicata il ottobre 5, 2016 da con tag , , , .

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