Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

La forma delle cose – guerra, nevrosi e anime belle

Un soldato rollò goffamente verso di loro e si lasciò cadere come una bambola di pezza sull’unico sedile rimasto libero a quel tavolo. Era basso di statura, e l’uniforme gli pendeva addosso formando delle pieghe stropicciate. Il viso dai lineamenti sottili e affilati faceva un pallido contrasto con quello del marinaio, mentre i suoi capelli neri, tagliati corti come usa nell’esercito, luccicavano come un berretto di foca. Studiando con occhi stanchi e annebbiati gli altri tre, come se ne fosse stato separato da uno schermo, il nuovo venuto cominciò a pizzicare nervosamente i due galloni che aveva cuciti sulla manica.

La forma delle cose, breve racconto di Truman Capote, si svolge tutto intorno al tavolo di un vagone ristorante. I protagonisti sono una donna borghese vagamente compiacente e convinta di conoscere il mondo e le cose, una ragazza tanto giovane e carina, quanto sciocca e vacua, e poi il fidanzato di questa, un marinaio che pare non essere stato toccato dalle cose della guerra. La relativa calma in cui questi “personaggi” galleggiano viene sconvolta all’improvviso, quando nel vagone ristorante, e più precisamente al loro tavolo, si siede un soldato. Da questo preciso momento la guerra fa irruzione nella scena attraverso le tracce che ha lasciato nell’animo, nella psiche del caporale.

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Il Novecento segna un momento di passaggio non solo nell’adozione di nuove e sempre più sofisticate/distruttive tecniche di guerra, ma anche nella “produzione” di ferite mai viste prima, di nuovi sintomi, di reazioni la cui gravità è direttamente proporzionale a quell’orgia di distruttività contro cui questi uomini reagiscono in modo nuovo, secondo sintomi stupefacenti. Il nuovo male viene definito “nevrosi di guerra”. Freud stesso ha dedicato molta attenzione a questo sconvolgente fenomeno. In particolare, in Promemoria sul trattamento elettrico dei nevrotici di guerra, risalente al 1920, notava come la ribellione di questi soldati al comando di uccidere si manifestasse con intensi tremiti – erano nati i cosiddetti “tremebondi di guerra”. Era il modo con cui questi soldati esprimevano la loro protesta, tutta l’angoscia e l’orrore di fronte alla guerra. Gli psichiatri “di guerra” colsero il fatto, ovviamente, ma per loro non fu importante tentare di trovare una vera cura, al contrario, il loro unico obiettivo era quello di rimandare questo plotone di tremebondi nuovamente a combattere – di conseguenza delle priorità che la guerra pone ed impone, in questo momento trova la sua prima, grande applicazione, la pratica della “scossa elettrica”. Questi psichiatri non avevano alcuna intenzione di curare questa paura, il loro unico fine era di scacciarla via con una paura ancora maggiore. Le scariche elettriche erano la soluzione più semplice: erano così dolorose che in molti di questi soldati il tremore svanì quasi immediatamente: era meglio andare a combattere (e dare/ricevere potenzialmente la morte), piuttosto che dover subire quella che era una vera e propria tortura. Scrive Freud, a proposito di tale pratica: “ai medici era stato assegnato il ruolo di mitragliatrici dietro il fronte“. A partire da una nuova paura, questi soldati venivano mandati al fronte, mentre sulla cartella clinica il tutto era registrato come un processo di guarigione. Questo fenomeno si ripresentò anche durante, e dopo, la,Seconda guerra mondiale, ma in forme diverse. Al tremito si sostituivano altri disturbi: paralisi, crampi, irrigidimenti, disturbi psicosomatici di ogni genere, senso di distacco da sé, svuotamento. Anche durante la Seconda guerra mondiale vennero praticate torture. Elsässer, uno psichiatra militare tedesco, utilizzò, al posto della corrente faradica, degli stimoli galvanici, stimoli di cui esalta così i risultati: “la corrente galvanica di questa intensità è un’esperienza di grande effetto, che scombussola tutto l’organismo” e quasi sempre era sufficiente un solo trattamento per ottenere un pieno successo. I soldati potevano tornare al fronte ad uccidere e a veder morire i propri commilitoni – il problema era che la guerra finiva o che questi soldati venivano congedati – in ogni caso, da questo momento erano lasciati a loro stessi, venivano rimandati a casa. Uno di questi uomini sta al centro de La forma delle cose, straordinario racconto di Truman Capote, che già nel 1944 aveva colto tutta la portata tragica di questi uomini che si muovo come sanguinanti punti di domanda sbattuti in faccia a tutti quelli che la guerra non sanno cosa sia.

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La ragazza infilò la forchetta nel pollo in salsa: “Non ti sembra pazzesco quello che ci fanno pagare per questa roba, tesoro?

Fu allora che cominciò. La testa del caporale prese a scuotersi con piccoli scatti incontrollabili. Poi ci fu una pausa e la testa, ciondoloni, si chinò grottescamente in avanti; una contrazione muscolare tirò il collo da una parte, e infine la bocca si strinse in una brutta smorfia e le vene del collo si gonfiarono.

Può la qualità di un pollo in salsa, il suo prezzo, il conforto di un vagone ristorante dare senso alle cose? Può forse coprire il Reale (se per reale si intende, genericamente, l’essenza stessa dell’esistenza, che è lotta, opposizione e morte)? Certo che può, a meno che non si sia stati costretti a fissare il Reale – così come avviene nella guerra o in altre situazioni fondamentali (malattia, violenza, solitudine…). Il marinaio che ben poco della guerra ha visto, quello che ama e tollera (che può permettersi di amare e tollerare ancora) le sciocchezze che escono dalla bocca dell’ingenua fidanzatina che straparla del pollo in salsa – lui offre una sigaretta al soldato, che accetta e ringrazia e che, però, non può fare a meno, al tempo stesso, di sferrare un pugno al tavolo dove sono seduti, perché una parte di lui che non è lui, perché una parte di lui che è lui più di qualsiasi altra cosa, non può fare a meno di dire no e ancora no e no, anche se la guerra se l’è lasciata alle spalle, anche se sta tornando a casa, dalla sua famiglia, anche se i medici gli avevano assicurato che l’avevano messo a posto, che stava bene.

…le mani tremavano così forte che il primo fiammifero si spezzò…Il caporale fece scorrere un dito lungo il bordo del tavolo e un istante dopo disse: “Stavo benissimo finché non sono salito sul treno. Mi avevano detto che ero a posto. “Sei a posto, soldato”, mi avevano detto”.

I reduci non fanno più la guerra in senso stretto, non portano più armi, non lanciano bombe – ma la guerra, una volta iniziata, non può più finire. I reduci sono guerra, sono conflitto, sono armi, sono morte fra i vivi, sono il rovescio delle anime belle, confutano le piccole cose, tolgono realtà al rossetto, al belletto, alle buone maniere, alla serenità, alla compostezza, al controllo. Il reduce porta in sé l’eco delle esplosioni, le macerie dello spirito, tutta la fragilità della civiltà, la prepotenza della distruttività. Il reduce torna a casa (o in un vagone ristorante), ma il suo spirito è troppo grande (gonfio di un’angoscia che rende tutto angusto) per potervi entrare. Il reduce non può stare lontano dalla guerra dato la guerra, in sé, non ammette pace o tregue: scivola via, si sposta, può essere calda, fredda, giusta e in mille altri modi possibili – l’unica cosa che conta è che sia, indipendentemente da tutto. La guerra va in pezzi, lascia frammenti di sé nello spirito dei reduci, si fa nevrosi ed ossessione. Il reduce è teatro di guerra in movimento, una continua detonazione fra i “civili” che credono di vivere in pace, che il conflitto sia da un’altra parte. Il caporale in congedo ha compreso, così come ha compreso la natura di quelli che gli sono davanti.

Le voglio bene. Le voglio bene perché è molto sciocca e molto ingenua e perché non saprà mai niente a parte ciò che si può vedere nelle illustrazioni. Le voglio bene perché ormai siamo in Virginia e fra poco sarò a casa.

14 commenti su “La forma delle cose – guerra, nevrosi e anime belle

  1. marcello comitini
    maggio 22, 2016

    Complimenti! Una bellissima e dotta recensione del racconto di Capote ma non solo. Un terribile quanto vero resoconto di ciò che la guerra (tutta e non solo la prima o la seconda, ma anche quella nel Vietnam) produce in chi vine arruolato per procurare morte o per morire. Adesso la guerra viene condotta (almeno dal punto di vista di chi non vi partecipa, né come carnefice né come vittima),in modo del tutto apparentemente asettico: non si uccidono più soldati ma si colpiscono obiettivi, si abbattono aerei, si distruggono basi missilistiche. Peccato che restino le vittime a gridare la propria disperazione e a urlare in faccia al mondo la ferocia sempre uguale della guerra.
    Grazie davvero di questo articolo.

    • tommasoaramaico
      maggio 22, 2016

      Grazie a te per il bel commento. Capote era uno scrittore controverso, ma questo breve racconto riesce come a far emergere splendidamente quali e quante conseguenze produce la guerra, ogni guerra, come giustamente sottolinei.

  2. Guido Sperandio
    maggio 22, 2016

    Tu hai scritto un gran bel post e Truman Capote è un gran scrittore. I passi che hai riportato per quanto stralci e necessariamente insufficiente, bastano però per sentire la grinta.
    Lessi forse due o tre anni fa A Sangue Freddo di TC ed io che ho la dismissione facile, non me ne vanto è anzi il mio limite – quella volta mi sono gustato ogni pagina.
    Hai fatto una buona scelta!

    • tommasoaramaico
      maggio 23, 2016

      Grazie. Capote riesce veramente, anche con poche frasi, a restituire una figura viva. Lessi questo racconto diversi anni fa e mi impressionò profondamente. L’altro giorno l’ho ripreso per altri motivi e invece ne è venuto fuori altro.

  3. Alessandra
    maggio 23, 2016

    Questo è rendere in modo coinvolgente qualcosa che ha fatto parecchio pensare, suscitando un forte interesse anche negli altri. Complimenti.

  4. dragoval
    maggio 23, 2016

    Questo tuo post mi ha ricordato perché mi sdegnai così profondamente quando lessi il saggio di James Hillman Un terribile amore per la guerra . Certo, il discorso di Hillman è profondo, e forse anche perfettamente plausibile, ma fa della guerra un entità normale (ineliminabile ) e inumana (non misurabile né comprensibile attraverso la lente della pietà per il destino del singolo), dimenticando il trascurabile particolare che umane troppo umane sono sempre le sue vittime, militari e civili, purtroppo.

    • tommasoaramaico
      maggio 23, 2016

      Grazie per le tue osservazioni e, soprattutto, per avermi fatto conoscere questo testo di Hillman – testo di cui ignoravo l’esistenza e che mi procurerò al più presto. Nel merito. C’è tutto un filone di pensiero (molto tedesco, a dire il vero) che vede nella guerra una espressione dello spirito e non un inutile massacro. Si pensi a Junger (Tempeste d’acciaio, a Nietzsche e poi ancora a Hegel, che ne rilevava la funzione purificatrice…gli esempi, in filosofia, nella letteratura e nell’arte in generale abbondano e Hillman deve aver subito un tale fascino…certo, il “simbolico” che impregna l’idea di guerra, cosi come la funzione che assolve all’interno della storia dell’uomo non possono mettere in ombra il Reale del dolore che produce. Devo proprio leggerlo, questo saggio.

  5. dragoval
    maggio 24, 2016

    Con tutto quello che io stessa dovrei leggere sono proprio l’ultima persona al mondo a poter dare consigli; però lasciami dire che, in questo caso, sarò felice se lo farai (dico leggere il saggio di Hillman).Quanto a me, difficilmente dimenticherò il tuo post e questo racconto (direi che mi ha scossa profondamente, se in questo contesto non fosse di pessimo gusto).

    • tommasoaramaico
      maggio 25, 2016

      Grazie ancora. Il saggio di Hillman è assolutamente (e con priorità) nella mia lista di letture. E non mancherò, se ne sarò in grado, di condividerne le impressioni.

  6. Ivana Daccò
    maggio 24, 2016

    Sai, per lavoro ho conosciuto parecchie persone, vecchi con alle spalle venti, trenta, quaranta anni di elettroshock – matti di guerra, matti di fame (e il delirio da pellagra veniva diagnosticato come malattia mentale). E oggi assistiamo, masticando la cena, al telegiornale che dice.
    Così, vorrei ma non so dirti nulla, non so aggiungere parola a questo tuo bellissimo pezzo (e so anche che non leggerò il racconto di Truman Capote).
    Ti posso solo dire un sienzio. E ringraziarti.

    • tommasoaramaico
      maggio 25, 2016

      Grazie per il tuo commento. E per il tuo non-dire. Mio nonno, ormai quasi centenario, non parlava quasi mai della guerra – lui era stato mandato in Russia. Con molta ritrosia accennava al freddo, alla fame, ai pianti…e poi a quelli che “uscivano fuori dalla grazia di dio”…

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Questa voce è stata pubblicata il maggio 22, 2016 da con tag , , , , .

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