Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Ancora Cesare all’atriense (ACa’A) #1: Lollo

È buona regola distinguere e tenere rigorosamente separato ciò che è pregiato da ciò che non lo è. Al tempo stesso però, è sempre bene dichiarare, a proposito di ciò che pregiato non è, come è stato concepito, soprattutto se è frutto indesiderato (e indesiderabile) di una gravidanza inaspettata dovuta ad una lettura occasionale. Leggendo Ancora Cesare all’atriense, breve e gustosissima favoletta di Fedro, come nano sulle spalle del gigante, il lettore può addirittura entusiasmarsi ed illudersi di vederci chiaro…il rischio di illudersi si fa fatalità quando si prendono di petto luoghi inconcepibili ed incomprensibili, che mettono a dura prova e spingono alla fuga…

Auctoritas

C’è a Roma una genia di faccendoni, sempre in giro di corsa, piena di fretta, indaffarata senza vere occupazioni, affannata senza pro, fa mille cose e non ne fa nessuna, dannosa a se stessa e insopportabile agli altri. Questa genia vorrei correggere – se solo potessi! – con una storiella vera: vale la pena di stare a sentire.

Intermezzo

Lollo ha ventiquattro anni e negli ultimi sette ha fatto un mucchio di cose anche se, al tempo stesso, non ha fatto nulla di preciso. Ha passato lunghi periodi a girovagare di notte e a dormire di giorno, ha spacciato droga facendo piangere mammà e, dopo essersi fatto beccare a devastare segnaletica stradale sulla Collatina, procurato un paio di brutte aritmie al padre, ha picchiato Lello, il fratello più piccolo, così come Lello ha pestato lui, quando lui tornava a casa ubriaco fradicio e faceva piangere mammà a notte fonda invece di lasciarla dormire tranquillamente, lei che doveva alzarsi all’alba per andare a pulire le case lussuose e spaziose di quei liberi professionisti che odiava ed invidiava fino alle lacrime. Lollo aveva una ragazza di nome Natasha e l’aveva fatta piangere in un mucchio di occasioni, una volta perché l’aveva obbligata in pieno giorno a fare certe zozzerie al parco, un’altra perché le aveva preso con la forza collanina e braccialetto – ricordi della mamma di Natasha, che se n’era andata dopo un brutto incidente automobilistico – e li aveva portati alla sala giochi per consegnare il tutto ad un tipo corpulento di nome Igor che aveva ricavato il suo ufficio in uno spazio ombroso ed angusto fra una slot machine e un videogame, proprio vicino al cesso. C’erano due sedie, una per Igor, l’altra per l’ospite di turno. Natasha aveva pianto nel vedere Lollo consegnare i preziosi all’energumeno, ma aveva trovato un poco di conforto nel vedere Igor prenderlo mentre Lollo rimaneva immobile e subiva in silenzio l’umiliazione. Lollo aveva fatto piangere Natasha perché beveva e la insultava e poi perché andava a donnacce, caricandosele sul motorino lungo la Palmiro Togliatti. Alla fine, però, Natasha aveva fatto piangere lui, lasciandolo. Era il dodici settembre e Lollo aveva compiuto ventuno anni da appena una settimana e, dopo festeggiamenti selvaggi e sostanzialmente solitari a base di mefistofeliche sostanze create ad arte in laboratori che non seguivano alcuna legge e norma sanitaria, non era stato in grado di uscire di casa e addirittura di alzarsi dal letto per diversi giorni. Nel momento di debolezza, sentendo odore di sangue, Natasha aveva sferrato il colpo. A questo abbandono Lollo aveva reagito in modo del tutto inaspettato: era seguito un periodo di fiacca tutta fatta di negazioni e recriminazioni, ira e una certa ottusità nel sentimento delle cose (che parevano essere e non essere al tempo stesso). Dopo tre lunghi-brevi anni di sigarette modificate, sveglia a mezzogiorno, una certa tendenza a non lavarsi, a passare i pomeriggi a giocare con soldi umidi delle lacrime di mammà numeri sbagliati alla ricevitoria sotto casa, mangiare kebab insultando e guardando in cagnesco il vecchio Kerim che glieli preparava sputando dentro la salsa ogni volta che Lollo si distraeva, per Lollo era finalmente venuta la svolta. La svolta era talmente inaspettata – e quindi talmente svolta, con tutto il suo carico di ignoto, sorpresa e cose del genere – che nemmeno lui, quando cercava di ricostruire i fatti, era in grado di dire come fossero veramente andate le cose. La svolta era Asia, una tipa ipersensibile e con un brutto squilibrio del sistema immunitario che le faceva contrarre ogni tipo di infezione e le procurava, fra le altre cose, fortissimi dolori articolari. Asia era vergine e profumata, non bella, ma buona e dolce. Passavano interi pomeriggi abbracciati, con Lollo che stentava a trattenere la commozione (erano finiti gli anni di ottusità!) e Asia che piangeva per i dolori alle gambe e alle braccia. Dato che passavano tutto quel tempo abbracciati, Lollo aveva ripreso a lavarsi e a cambiare ogni giorno la biancheria, aveva smesso di fumare sigarette modificate per poter essere sempre lucido, così come aveva smesso di bere, di trattare male la madre, litigare col padre, fare a pugni con Lello, andare a letto a notte fonda. Passeggiava, adesso, senza fare rumore, urtare le persone, scroccare sigarette, attaccare bottone con vecchie conoscenze che nulla volevano avere a che fare con lui e non lasciava più la macchina del padre in doppia fila…pensava al fatto che Asia fosse vergine, piena di problemi e tanto buona con lui. Grazie ad Asia Lollo aveva capito che era giunto il momento di cambiare. Cosi, grazie all’intervento del padre, aveva trovato un lavoro in un bar vicino casa, da Romoletto. Lollo, invece che andare a dormire, adesso alle quattro doveva svegliarsi. Ma non batteva ciglio, per questo. Non aveva mai avuto tante energie. Al bar faceva il suo lavoro e non sgarrava di un millimetro. E quando non lavorava, allora niente bisca, ricevitoria o tour sulla Palmiro Togliatti in cerca di qualche svago peccaminoso, ma dritto a casa, a dormire, o da Asia, per abbracciarla e contenerne l’infinita tristezza, gli inaccettabili dolori, l’inesauribile voglia di parlare. Sua madre si alzava poco prima di lui – prima delle quattro, santa donna – per preparargli il caffè, incredula, pregando che quello stato di grazia non finisse mai. Lollo la baciava sulla fronte e la rimandava a letto, quasi fosse davvero quel bravo ragazzo che non era. Il padre non credeva all’improvvisa conversione. Lello si faceva i cazzi suoi, ma si teneva sempre pronto a schivare e colpire all’altezza del fegato e poi al mento.

Ma come amava ripetere la madre di Lollo: chi nasce quadrato non muore tondo (o qualcosa del genere). E, ancora una volta, la donna era suo malgrado destinata ad avere ragione. Lollo, passavano i mesi, lentamente ma inesorabilmente riprendeva le antiche sembianze dello spirito. Le sue giornate si svuotavano progressivamente di vero senso, di quel sentimento che aveva contributo, da principio, a strutturarle, e così tutto si risolse a pratiche tutte forma senza contenuto, piegando le sue giornate alla logica del rovescio della medaglia. Così, quella che sembrava un piccola conversione avvenuta proprio nell’ex settimo municipio, s’era manifestata per quello che era, una farsa. Lollo adesso passava un mucchio di tempo a dire in giro che faceva il barista, più che farlo veramente. Lo diceva alle vecchiette sul 213, all’ufficio postale, in bisca mentre fumava – già, aveva ripreso. Si lamentava del salario e delle alzataccie persino mentre sistemava nel microonde i lieviti presi dal congelatore. Al bar, nei momenti di minor afflusso di clienti, invece di sistemare, usciva sul marciapiedi a fumare, e se gli giravano le palle buttava giù, uno dietro l’altro, tre o quattro short belli carichi (e tutti alla faccia di Romoletto). Ogni giorno alle nove e mezza in punto si presentava nella macelleria accanto al bar per portare un ginseng a Sergio, che lo salutava con le mani perennemente lucide a forza di maneggiare carne cruda. E si fermava (Lollo) a chiacchierare con le mammine che avevano appena lasciato all’asilo quegli stessi bambini per cui si affannavano a cercare carne italiana di prima scelta. Girava per le strade col vassoio carico di tazzine guardando dritto davanti a sé, esigendo rispetto, urtando, strillando alle macchine, riempiendosi la bocca con appellativi antichi: dottore, avvocato e cose del genere. Faceva il filo alle gnocche di quartiere che conosceva da che era bambino ma che non avevano mai voluto avere niente a che fare con lui. E guardava un culo dopo l’altro. Diceva a tutti che doveva farsi montare degli specchietti retrovisori alle spalle, tipo quelli delle motociclette, per poterli guardare (i culi) senza doversi girare e seguirli con lo sguardo fino a che non erano un puntino all’orizzonte. Poi, quando staccava da lavoro, si lavava e apriva le braccia per accogliere Asia che gli si gettava contro con tutto il suo carico di dolore. Lollo era patetico mentre la stringeva e si guardava stringerla, riflesso sull’anta a specchio dell’armadio della stanza di lei. Asia, era subito prima del ventiquattresimo compleanno di Lollo, era appena uscita da un ciclo di cure bello tosto e dopo qualche settimana di infinita spossatezza, emicranie e penose crisi di vomito, stava meglio. Un po’ malconcia, decisamente dimagrita, ma apparentemente, momentaneamente sana. E allora, una parola tira l’altra, Lollo era riuscito a portarle via la verginità. Povera Asiuccia! Uscita, lei si, quasi convertita da quell’esperienza, non immaginava che Lollo spendeva i suoi soldi sulla Togliatti caricando nella del padre con certi viados da paura (alcuni suoi coetanei, altri persino più giovani di lui) che al paese loro si chiamavano Carlos o Armando e ora si facevano chiamare Guendalina o Karina. Beveva di brutto, Lollo, e adesso aveva ripreso a camminare con gli occhi sempre puntati a terra – cinico. Non aveva avuto il tempo di portarle via la verginità che Asia s’era beccata un virus che, perdio, era davvero andata a cercarselo col lumicino per quanto era raro contrarlo e tanto era tignoso. Tempo una settimana e la poveretta era ridotta ad una larva. Alla fine avevano dovuto ricoverarla. Solo che Lollo non aveva più voglia di aprire le braccia per contenere quel dolore, soprattutto in ospedale. Aveva orrore per gli ospedali. Aveva iniziato ad arrivare tardi a lavoro, agli amici della bisca serviva caffè senza farli pagare, parlava con i fornitori e andava a fare cassa anche se Romoletto gli aveva ripetuto non una, non due volte, ma mille molte che doveva starsene al posto suo. E invece Lollo niente, faceva lo spiritoso, giocava con la moglie di Romoletto, una donna che doveva esser stata bella e che era ancora interessante. Col gomito, mentre preparava i caffè, la lasciava fare, mentre lei si strusciava a lui con le tette. Le preparava il caffellatte con sopra disegnati dei cuoricini col cacao liquido. Lo sapeva che, a tenersi buona lei, Romoletto, non poteva farlo fuori. Poi, però, aveva commesso un errore. Con i cuoricini aveva decorato il cappuccino per Nadia, la figlia di Romoletto, e così s’era giocato la protezione della padrona – e per un movimento opposto alla svolta di qualche tempo prima, tutto era cambiato nuovamente.

Aveva ancora il naso gonfio e un occhio pesto, dopo che Romoletto lo aveva pestato per bene, quando s’era presentato a casa di Asia. Lollo aveva suonato e pregato, ma il portone non gli era stato aperto. Si prospettavano anni duri, fatti di pianti di mammà, aritmie del padre, epiche scazzottate con Lello, nottatacce al parco e sigarette modificate, grandi bevute, malinconiche passeggiate al tramonto lungo la Palmiro Togliatti alla ricerca di un piccolo sconto da Veruska, Pamela, Concita…e chissà che altro. Camminava e cercava nemmeno lui sapeva cosa, spesso sedeva al parco, sempre alla stessa panchina e poco lontano da lui, sempre dallo stesso cespuglio, giorno dopo giorno, spuntava fuori un topo, e forse era sempre lo stesso. Faceva avanti e indietro, tutto indaffarato, alla luce del sole. Non sapeva che valore dare alla cosa, ma era la prima volta, in vita sua, che Lollo vedeva un topo così da vicino, così da vicino da poter dire ad uno dei disgraziati che sedevano alle altre panchine lì intorno: è lui, è lui, lo conosco!

Ritorno all’auctoritas

Cesare Tiberio, in viaggio per Napoli, era giunto alla sua villa di Miseno che, costruita per mano di Lucullo sulla cima del promontorio, guarda davanti il mare di Sicilia e alle spalle vede il Tirreno. Tra gli atriensi dalla veste molto rialzata, ce n’era uno, con la tunica di lino di Pelusio che gli scendeva liscia giù dalle spalle, ornata di frange pendenti. Costui, mentre il suo signore passeggiava fra le aiole fiorite, si mise a innaffiare con un secchiello di legno il terreno infocato, mettendo bene in mostra il suo zelo servizievole. Era tutto da ridere. Poi, per scorciatoie a lui note, di corsa lo precede in un altro viale, e cerca di tenere bassa la polvere. Cesare riconosce il nostro uomo, e capisce cosa c’è sotto. Poiché ritenne che questo affaccendarsi fosse per guadagnare un non so quale premio, “Ehi, tu!”, disse il signore. Quello, era da aspettarselo, scatta, eccitato dalla gioia di un dono sicuro. Allora sua maestà l’imperatore lo burlò così: “Non hai fatto molto, e hai sprecato inutilmente il tuo lavoro: molto più cari si vendono a casa mia gli schiaffi”.

12 commenti su “Ancora Cesare all’atriense (ACa’A) #1: Lollo

  1. Ivana Daccò
    marzo 20, 2016

    Interessante ‘Intermezzo’, se posso dire un po’ lungo come ‘favola’ breve (vedi Fedro) mentre come racconto chiede di essere sviluppato e ne ha tutte le potenzialità. Mi piace, efficace. Ma fammi capire. Che è ACa’A?
    Scusa il commento balengo, ma sono molto incuriosita

    • Guido Sperandio
      marzo 20, 2016

      Incuriosito anch’io 🙂

    • tommasoaramaico
      marzo 20, 2016

      Grazie. Io l’ho detto che quello che è di prima qualità va diviso da quello che non lo è. Più che una favola, direi che è uno schizzo (a Guido ho svelato la bassa genesi) e dello schizzo ha diverse caratteristiche: improvvisato, impreciso, non compiuto, tutto potenza e poco atto. ACa’A? È che sotto questa sigla e a partire da Ancora Cesare all’Atrienze – di cui riprendo le iniziali per un becero acronimo, ACa’A – ho in mente di lasciarmi prendere la mano con qualche altro schizzo come questo…un artigiano nel garage di casa (che mi abita di fronte), un rappresentante vestito di cartone e sciocchezze del genere…

  2. Guido Sperandio
    marzo 20, 2016

    Dunque, il corsivo è una favola di Fedro e l’Intermezzo è il tuo scritto che nasce appunto ispirato dalla favola. C’ho azzeccato?
    Sia nella prima che nel secondo ci sento tanta roba buona.
    Di primo acchito, confesso, mi sono trovato un po’ disorientato. La verità è che l’approccio, e il mio senz’altro, parte già viziato in queste sedi di blog e web. Dove tutto funziona a impatto immediato, guardo-leggo in fretta-scappo…
    Certo che così non va bene, ma è il web, bellezza! E io non riesco a sfuggire alla regola perversa 🙂

    • tommasoaramaico
      marzo 20, 2016

      Hai capito bene ed hai perfettamente ragione: le regole sono regole e bisogna starci. Gioca e lascia giocare, direi. Del resto questo “intermezzo” sta al gioco almeno in due sensi: velocemente è attraversato (letto), così come velocemente (di fretta per staccarsene) è stato buttato giù: sul 451 fra l’acquedotto Alessandrino e Subaugusta. Tempi di percorrenza 15minuti circa con sottofondo di urla, liti e cose del genere. Del tutto interno al racconto di Fedro di cui voleva essere utilissima nota e da cui è stato inglobato, perché personaggio indaffarato senza aver veramente nulla da fare ero pure io sul 451.

      • Guido Sperandio
        marzo 20, 2016

        🙂 ecco, vedi… a parlare ci si intende 🙂

  3. Ivana Daccò
    marzo 20, 2016

    Ehi! Simpatico programma. Potevo anche arrivarci, all’acronimo!
    Resto in attesa

    • tommasoaramaico
      marzo 20, 2016

      Sì, certo che potevi – solo che era così assurdo che avrebbe dovuto essere assurdo anche il movimento dei tui pensieri!

  4. Ivana Daccò
    marzo 20, 2016

    Il che ci sta. Perché non dovrebbe essere (anche) assurdo?
    Sulle regole, invece. Ecco, vero, c’è un uso delle ‘regole del web’ che è quello che è, certo; ma gli usi, poi, sono anche nelle nostre mani. E le regole sono costruite per essere cambiate. Si può anche fare con (veloce) lentezza, il tempo non si offende, trascorre lo stesso.Si fa i fatti suoi.
    Complimenti ancora, mi piace.

    • tommasoaramaico
      marzo 21, 2016

      Hai perfettamente ragione. Il tempo ha i suoi tempi e non fa distinzione fra chi si illude di non avere tempo e chi si illude di averne…le regole? Molte e spesso contraddittorie e per questo è necessario trovarvi un posticino accogliente e vedere cosa succede (ancora il tempo).

  5. oblivious Rasi
    marzo 28, 2016

    Per lunga esperienza in rete so che uscire dal coro in modo netto non solo non paga ma anzi espone non a chiarimenti ma a diatribe inutili.
    Non trovo alcun collegamento tra il tuo intermezzo e Fedro: c’è un’asimmetria concettuale e sintattica evidente. Te lo dico irridendo le “regole” del web e prendendomi il tempo necessario a rileggere questo e almeno una parte degli altri post.

    • tommasoaramaico
      marzo 28, 2016

      Non posso vantare pari esperienza, devo ammettere. Così come non credo di essere in grado di produrre qualcosa che mi permetta di collocarmi al di fuori del coro. Molto più semplicemente: dedico un poco di tempo a questa pagina, che non deve essere necessariamente coerente nei contenuti. Nello specifico. Non ho mai cercato di pormi alla pari col testo di Fedro o a proporre una variazione sul tema – e del resto non ci sarei mai riuscito. L’asimmetria non è soltanto evidente, ma, avendo preso le mosse da un classico, inevitabile e necessaria. Solo un pazzo lo negherebbe. Fedro era solo uno spunto.

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Questa voce è stata pubblicata il marzo 19, 2016 da con tag , , , , , .

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