Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Joshua Ferris, Non conosco il tuo nome

Aveva bisogno di lui? Non lo credeva. Esisteva davvero una sola persona, un solo uomo, quello giusto? Non lo pensava. Se fosse stato devastato dal morbo di Parkinson, gli sarebbe rimasta accanto. Se fosse stato consumato dal cancro o dalla vecchiaia, gli sarebbe rimasta accanto. Se avesse semplicemente avuto una data di scadenza, certo che gli sarebbe rimasta accanto. Ma questa cosa, tutto questo si sarebbe potuto protrarre in eterno. Era così che voleva vivere la sua vita? Incatenata accanto a lui a quel letto…

Cosa rende una vita degna d’esser vissuta? Cosa può contribuire a rendere una vita veramente piena, felice, appagante? Cosa, al contrario, può trasformarla in un inferno? Cosa può garantire che chi abbia raggiunto i propri obiettivi, quelli per qui ha lottato e faticato, non sia, al tempo stesso, colui che vuole metterli in pericolo? E, ancora, può una vita che si realizza sul piano terreno essere veramente piena, voluta in ogni suo singolo aspetto e, per conseguenza, al riparo da quell’insopprimibile impulso (al tempo stesso costruttivo e distruttivo) verso l’altro, il nuovo, l’ignoto, la trascendenza – magari divina? Può veramente l’uomo, anche quello che pare aver realizzato se stesso, sentirsi al sicuro?

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Al centro di Non conosco il tuo nome c’è Tim Farnsworth, un giovane avvocato di successo sposato con Jane, la donna che ama da cui ha avuto una figlia di nome Becka. La vita di Tim è piena ed appagante, ma un fantasma la attraversa, minacciando di distruggere tutto quello che ha. Il pericolo e la minaccia sono in lui, sono lui: sono i suoi piedi “meccanici”, le sue gambe che si muovono senza controllo, il suo corpo che non risponde alla sua volontà. Ciclicamente, secondo regole sconosciute, senza che possa essere previsto, Tim sente una forza incontrollabile espropriarlo del suo stesso corpo, una forza che lo obbliga a camminare, a lasciarsi andare ad interminabili, estenuanti, pericolose camminate. Degli esodi forzati verso mete ignote lo consegnano a sforzi sovrumani che, alla fine, lo lasciano privo di coscienza sul ciglio della strada, su una panchina, sul retro di una casa di periferia o in un bosco a chilometri e chilometri (miglia e miglia?) di distanza dalla sua casa o dal suo ufficio. Inutile sforzarsi per combattere contro questo impulso – nulla può soffocare tale forza. Tim può solo – sempre che ne abbia il tempo – prendere il telefono e chiamare Jane per avvisarla, così come Jane può solo aspettare che il marito la richiami per dirle dove si trova così da permetterle di andarlo a prendere lì dove è crollato. Jane lo segue con la macchina, gli consegna un GPS, gli prepara uno zaino da viaggio, lo veste con cura per permettergli di affrontare il gelo dell’inverno o il caldo dell’estate, arriva perfino a legarlo al letto di casa e a sopportarne le urla disperate, le offese, le imprecazioni, le suppliche. Nulla, però, possono. Questo male sfugge ad ogni tentativo di presa, sia medica che emotiva.

Da dove viene questo male? La patologia di Tim è unica e senza nome, nessun altro caso simile conosciuto al mondo, nessuno specialista pronto a confermare le osservazioni di un altro specialista. Alcuni di questi medici rimanderanno a cause organiche, altri psicologiche – nessuno di dare una risposta anche vagamente credibile. Tim dovrà sopportare ogni tipo di analisi, rigore alimentare, ambientale. A chi dare ascolto? A chi parla delle tossine presenti nei cibi? A chi punta il dito contro l’aria della città? O, invece, ammettere che lui è semplicemente pazzo? La verità è che nessuno riesce a dargli una spiegazione plausibile, mentre l’attesa di una risposta che non viene dall’esterno e che Tim non riesce a formulare dall’interno (né di se stesso, né della propria famiglia o ambito famigliare) permette a questo stesso male di allungare la sua ombra mortifera e distruttiva sulla sua vita familiare, pregiudicando il suo ruolo di padre e di marito. Anche la sua carriera ne risentirà. Anzi, l’improvvisa crisi, l’ennesima, riuscirà ad allontanarlo prima dal caso di R. H. Hobbs (un assistito accusato dell’omicidio della moglie) e, alla fine, a compromettere la sua stessa carriera.

JoshuaFerris

Quando la malattia si era ripresentata una seconda volta, Tim aveva pensato al tapis roulant. Avrebbe sconfitto il proprio corpo al suo stesso gioco, avrebbe superato in astuzia l’ottusa materia con la propria mente. Ma ogni volta che il caso faceva sì che il suo corpo si trovasse sul tapis roulant durante un episodio, si ritrovava a scendere dal nastro trasportatore verso la libertà. Il suo corpo non voleva essere contenuto o rinchiuso. Aveva, gli sembrava, una mente tutta sua.

E qui sta uno dei maggiori errori di Tim: il considerare se stesso non come un tutt’uno, ma come una mente separata e in una relazione di antagonismo rispetto al corpo. Tim pensa al suo corpo come a qualcosa che cerca di liberarsi di per sé e non, come dovrebbe, come agente attivo di una liberazione più generale che lo coinvolge nella sua totalità e che lui, forse, non riesce a pensare. C’è più ragione nel tuo corpo che nel migliore dei tuoi ragionamenti, così come il corpo e la mente sono due prospettive su di un’unica realtà. Due vecchi adagi filosofici, questi ultimi. Tim scappa dalla famiglia (benché amata), scappa dal lavoro (benché amato), anche se ogni allontanarsi da qualcosa è, al tempo stesso, un avvicinarsi ad altro. Ma a cosa vuole avvicinarsi? Difficile capirlo e Tim di certo non lo sa. Certo è, però, che Tim è consapevole del rischio di perdere tutto quello che ha: la moglie, la figlia, il lavoro. Solo per poco la malattia gli permette di conoscere (e ri-conoscere) le cose che ama da un’altra prospettiva, ma presto, prestissimo, il suo male mette tutto in pericolo. La vera vita non coincide più con uno stile di vita invidiabile o rispettabile. La vera vita, l’aspirazione al senso, entrano infine, ed inevitabilmente, in tragica contraddizione con la vita per come viene comunemente pensata. Al vagabondaggio di Tim nello spazio e al frenetico movimento del suo corpo corrispondono il movimento erratico del pensiero e la ricerca di nuove soluzioni concettuali-esistenziali (dapprima perturbanti, poi bizzarre e, infine, deliranti).

Prima di allora non aveva mai pensato molto al paradiso, ma adesso era sicuro che esisteva. Senza Dio vinceva il corpo, e ciò non poteva essere possibile. Lui era una cosa e il suo corpo un’altra, e lui stava imponendo una separazione nella quale lui sarebbe finito in un rifugio eterno mentre il suo corpo avrebbe patito un giusto destino di maltrattamenti, terra e putrefazione.

Ma sarà forse questo tentativo di isolare il corpo, di non riconoscerne le ragioni, di volerlo (e così volersi) a tutti i costi addomesticare alle istanze della cultura, di una razionalità cieca e strumentale prigioniera della legge terrena prima, e di una religiosità inautentica poi, a condannare Tim al fallimento ed allo scacco. L’uomo, anche l’uomo realizzato, non potrà mai essere pienamente integrato nelle grandi e tradizionali formazioni sociali (nella famiglia, nel lavoro), presenterà sempre uno scarto, uno iato, un resto. L’incapacità di riconoscere questo resto, questo spazio di trascendenza, lo scollamento necessario rispetto alla realtà immanente, porterà necessariamente all’infelicità ed alla rovina, mentre, per assurdo, solo la consapevolezza di una realizzazione impossibile potrà condurre ad un’apertura e ad un’instabilità creativa, ad un equilibrio nello squilibrio, ad una timida realizzazione in una cornice di incompletezza e finitudine. È la coscienza dell’errore (che se non riconosciuto sara una fatale errare) che determina un sapere incerto, ma umano, aperto…

…Tim si rese conto che stava ancora pensando, che la sua mente era ancora attiva, che aveva appena guadagnato un punto se non vinto l’intera partita, e che l’idea mirabile del suo riposo eterno era quanto sarebbe stato delizioso quel bicchiere d’acqua, l’istante in cui avesse toccato le sue labbra.

24 commenti su “Joshua Ferris, Non conosco il tuo nome

  1. Guido Sperandio
    febbraio 21, 2016

    La metafora di una società-sistema (Impero?) in crisi.
    Ti immagini uno Steinbeck trattare casi esasperati e mondi come questo?

    • tommasoaramaico
      febbraio 21, 2016

      Si, una crisi generale e senza scampo (almeno all’apparenza). Sorprendente coincidenza il tuo richiamo a Steinbeck, dato che subito dopo questo romanzo ho ripreso e riletto Uomini e topi…

      • Guido Sperandio
        febbraio 21, 2016

        Sì, è incredibile la coincidenza!:-)
        Ti dirò che io pensavo a Furore… Ma poco cambia… ci siamo capiti

      • tommasoaramaico
        febbraio 22, 2016

        Libri diversi, ma che una cosa in comune la hanno: l’essere in cammino. In questo senso si richiamano l’uno con l’altro.

      • Alessandra
        febbraio 21, 2016

        Non ci posso credere. Proprio ieri ho messo “Furore” sul comodino, come lettura per la notte (vabbè che il mio comodino ha sempre una bella pila di libri in attesa di essere smaltiti, ma questo è un altro discorso ;-)) E poi c’è anche della gente che non ci crede alle coincidenze…

      • Guido Sperandio
        febbraio 21, 2016

        Non c’è due senza tre, Alessandra?
        Mi son fatto la risata di mezzanotte! 🙂

      • Alessandra
        febbraio 21, 2016

        Dimmi che con Furore sto per fare un viaggio bellissimo (così mi dai la carica, e non mi addormento troppo presto sulle pagine). Confido nella pazienza di Tommaso per questo scambio di ciarle nel suo salottino 😉

      • tommasoaramaico
        febbraio 22, 2016

        Bel salottino! Se posso intromettermi…Furore è un grande romanzo, romanzo di denuncia, documento storico di grande fascino. Semplicemente da leggere. Agli albori di questo spazio ho persino cercato di scriverci sopra un post…

      • Alessandra
        febbraio 22, 2016

        Allora procedo ancora più volentieri di prima… Grazie, un abbraccio!

      • tommasoaramaico
        febbraio 22, 2016

        Direi di si, difficile rimanere delusi…anche se Uomini e topi rimane, per me, la summa della poetica di Steinbeck.

      • Guido Sperandio
        febbraio 22, 2016

        Alessandra, Tommaso ha riassunto bene e mi ha preceduto con la giusta risposta. Ha già detto tutto… 🙂
        Furore nasce da quando c’era ancora sentimento, la famiglia, la lotta per sopravvivere per il pane non per l’Ipad, la Grande Depressione degli Anni 30, è un romanzo nel vero senso della parola, è un romanzo di quando c’erano i romanzi “sociali”… Joshua Ferris è angoscia, Steinbeck è la disperazione di chi non si lascia annegare ma che non rinuncia a lottare con dignità – non rinuncia alla dignità! – e ha dei valori e vuole e deve farcela. È un romanzo, certo americano, ma che pur appartenendo a un’epoca, quella (la Grande Depressione) puoi estendere ad atri momenti anche attuali e, cambiando i nomi, ad altri di altri posti del mondo.

      • Alessandra
        febbraio 22, 2016

        Allora può insegnarmi qualcosa d’importante, non si finisce mai di imparare… Grazie, un abbraccio anche a te! Ve l’ho già detto che vi voglio bene? (ad entrambi, of course) 😉 Siete un bell’esempio di come sia utile, oltre che piacevole, scambiarsi impressioni e suggerimenti interessanti in coda agli articoli…

      • tommasoaramaico
        febbraio 22, 2016

        Grazie. Questo spazio, nel tempo, sta sempre più diventando uno spazio di vera, piena condivisione, e questo soprattutto grazie a chi, come te/voi, si ferma qui. Mi spiace solo che ultimamente (e credo sia lampante) io non riesca a dare il tempo che vorrei a tutti i bei blog che ho avuto la fortuna di conoscere, così come a questo piccolo progetto, a prendermene cura come vorrei, a realizzare quelle idee (magari non troppo buone) che sono ancora, purtroppo, lasciate in forma embrionale – appunti su pezzi di carta volante. Un po’ come Tim, questa (e la letteratura più in generale) è la piccola fuga dalle responsabilità, che sono gabbia e libertà al tempo stesso…

      • tommasoaramaico
        febbraio 22, 2016

        Che aggiungere, nulla. Da un lato abbiamo un romanzo “epico” che mette al centro il viaggio disperato di una famiglia (che simboleggia un intero popolo o classe sociale in rovina a causa dell’emergere di un capitalismo che guarda alla “terra” non più come a una fonte generatrice di vita, ma, al contrario, come a qualcosa da sfruttare per il profitto), dall’altro l’angoscia del singolo che erra in una società atomizzata dove non esistono – se non in modo esangue – più paracaduti…certo, Furore è un classico, mentre questo è un bel romanzo (il che non è poco).

  2. Alessandra
    febbraio 21, 2016

    Angosciante. Come dire, in altre parole, che la vita non può offrirci nessuna certezza, perché tutto in un attimo può stravolgersi, può farci perdere il controllo su noi stessi e le nostre azioni. Può farci perdere l’equilibrio, il dominio della mente. Forse anche al di là del fatto di cadere vittime di un morbo non classificabile.

    • tommasoaramaico
      febbraio 22, 2016

      Si, nulla pare essere veramente al sicuro, neppure lì dove tutto sembra perfettamente funzionante ed organizzato. Forse a ben vedere, qualcosa pare reggere. Nel testo più sopra, per non svelare troppo, non ne ho parlato…l’amore – a tratti impossibile – è l’unico puntello per una vita che sempre più assomiglia ad un edificio in rovina, prossimo al crollo.

  3. Ivana Daccò
    febbraio 22, 2016

    Dovrò leggere questo romanzo! Assolutamente; e quanto scrivete a proposito del richiamo a Furore mi lascia ancor più curiosa, ma non è il termine giusto, interessata, mah, non so dire cosa. Il fatto è che, di Joshua Ferris, ho avuto tra le mani, e ho lasciato, senza finirlo, ‘Svegliamoci pure, ma a un’ora decente’. Forse ne ho anche scritto, di passaggio. Ho anche tentato di riprenderlo, senza esito. L’ho lasciato troppo presto? Tempi sbagliati?

    • tommasoaramaico
      febbraio 23, 2016

      Del romanzo di cui parli conosco solo l’esistenza, e non ne ho letto neppure un rigo, quindi non saprei. Però Non conosco il tuo nome è un buon romanzo. Forse, a voler essere noiosi, Ferris avrebbe potuto benissimo migliorare le ultime 50 pagine dove, a tratti, sembra perdere il controllo sul materiale che “maneggia”, ma il resto c’è ed è ben scritto.

  4. gabrilu
    febbraio 23, 2016

    Scusate se mi intrometto, ma al richiamo di “Furore” non resisto :-). Un romanzo epico, immenso, magnifico e straziante. Letto e riletto più volte. Adesso è stata pubblicata una nuova traduzione, che mi dicono essere ottima e soprattutto integrale. Quella che abbiamo avuto fino adesso (e in cui io stessa ho letto “Furore”) non lo era, perché mutilata dalla censura fascista. Eppure, nonostante le mutilazioni, ha conquistato generazioni di lettori italiani (me compresa) il che dimostra ancora una volta che quando un romanzo è veramente valido emerge e sopravvive (quasi) a tutto, come dice Kundera.

    Splendido anche il film che nel 1940 ne trasse John Ford, con un cast megagalattico (su tutti Henry Fonda e Jane Darwell che nel ruolo di Mama Joad ebbe anche l’Oscar come attrice non protagonista) ed un B/W strepitoso.

    John Ford modifica il finale (non entro in particolari per non guastare la festa a chi ancora non ha letto il romanzo). Ebbene, devo dire che per quanto strano possa sembrare, io preferisco il finale di John Ford — che nel suo essere aperto lascia un filo di speranza — a quello del libro, che per la verità personalmente trovo esageratamente apocalittico. Interessante anche il fatto che l’adattamento al cinema fu realizzata dallo stesso Steinbeck

    Cmq: libro e film straordinari. Ciascuno con i suoi codici linguistici, ciascuno a suo modo. Anche il film, ce l’ho e lo rivedo sempre con grandissimo piacere.

    Steinbeck è decisamente uno dei miei scrittori americani preferiti. Molto belli anche i suoi reportage di guerra.

    Questo Joshua Ferris non lo conosco, ho letto la tua ottima recensione e mi sembra che tu renda molto bene il senso del romanzo. Lo terrò presente. Non è possibile leggere tutto, e ciascuno di noi hai suoi percorsi di lettura. Però a me piace molto leggere di libri che magari sul momento non rientrano nei miei progetti di lettura, ma dei quali grazie a recensioni, pareri di persone delle quali mi fido vengo a sapere dell’esistenza.

    Grazie e scusate la logorroicità (tutta colpa di Steinbeck, eh 😉

    • tommasoaramaico
      febbraio 23, 2016

      Grazie per il bellissimo intervento – una sorta di post nel post. Ammetto di non aver ancora visto il film che, a questo punto, devo procurarmi. Non è possibile leggere tutto, purtroppo, e forse (anzi, sicuramente) Ferris non rientra fra i romanzi da leggere a tutti i costi…se poi si è fedeli a programmi di lettura (in questo senso io sono un integralista) allora per questo romanzo non c’è scampo…eppure, se capita, come divagazione, non è niente male.

    • tommasoaramaico
      febbraio 23, 2016

      P.s. nessuna intromissione, sarebbe impossibile, del resto qui non ci sono porte…

    • Alessandra
      febbraio 23, 2016

      Bellissimo leggerti anche qui, Gabriella 🙂 Anch’io darò un’occhiata al film che hai linkato (grazie, sei stata super intraprendente!!), ma prima finisco di leggere il libro. Me lo voglio godere un po’ alla volta e con calma, visto che tutti me ne avete parlato bene. E del vostro giudizio mi fido molto.

  5. gabrilu
    febbraio 23, 2016

    Vabbè, già che ci sono, la faccio completa, la frittata. Su YouTube il film The Grapes of Wrath c’è tutto, in lingua originale ma con i sottotitoli (d’altra parte, io non li reggo più da un pezzo, i film doppiati). Certo vederlo in DVD è meglio, perchè la pellicola è vecchia e su YouTube la fotografia viene penalizzata ma insomma, magari un’occhiata per avere un’idea del “clima” del film
    Ciaociao
    (E ora mi taccio davvero, prometto 🙂

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Questa voce è stata pubblicata il febbraio 21, 2016 da con tag , , , .

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