Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Fante, 1933. Un anno terribile

Il Braccio mi dava la forza di andare avanti, il mio dolce braccio sinistro, quello più vicino al cuore. La neve non poteva fargli male e il vento non poteva ferirlo perché lo tenevo ricoperto di Balsamo Sloan, una bottiglietta che avevo sempre in tasca. Ero intriso di quel fetore, a volte venivo mandato fuori dalla classe per andarmi a lavar via quell’acuto odore di pino, ma io uscivo a testa alta, senza vergogna, ben conscio del mio destino, corazzato contro i sogghigni dei ragazzi e i nasi tappati delle ragazze.

John Fante è noto al grande pubblico per la saga di Arturo Bandini, per romanzi come La confraternita dell’uva o Chiedi alla polvere, eppure 1933. Un anno terribile è senza ombra di dubbio un concentrato della sua poetica, un’opera dove possiamo trovare tutti i temi più cari al grande scrittore: la condizione degli immigrati degli italiani negli Stati Uniti, il rapporto padre-figlio (che è anche rapporto fra prima e seconda generazione di migranti), la tensione fra la volontà di farcela, di entrare a far parte del sogno americano, e il senso di colpa che tutto questo comporta, perché l’adesione a questo ideale comporta uno strappo rispetto alle origini, alle radici, alle tradizioni.

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Con il senso dell’umorismo ben noto a tutti i lettori di Fante, qui, in 1933, si segue la vicenda di Dominic Molise, figlio di immigrati dotato di un particolare talento per il baseball. Dominic passa intere giornate a prendersi cura del Braccio, e cioè il suo braccio reale, capace di grandi lanci, il prezioso dono che porterà dritto al successo, alla ricchezza, a quella fama capace di strapparlo alla fine inesorabile che spetta a tutti gli uomini, quella di morire e di esser dimenticati senza aver fatto nulla di veramente grande. Ma questi sono solo i sogni di un adolescente problematico che nel sonno vede la Vergine Maria e che vive in un ambiente familiare dove la religione viene vissuta fino al fanatismo. Il ragazzo, in realtà, vive nel 1933, in quei terribili anni che fanno parte di quella Grande Crisi che sconvolse l’America (e il mondo intero) e che è stata raccontata da tanti grandi scrittori, da Steinbeck fino a Faulkner, passando per Dos Passos (per citare solo alcuni nomi). Figlio di immigrati, Dominic deve far fronte al padre disoccupato da mesi, al padre che, sommerso dai debiti, non può curarsi dei suoi sogni di gloria, a un padre (terribilmente umano e comprensivo – così distanze dalle celebri descrizioni del padre-padrone che occupa la scena negli altri romanzi di Fante) che gli disegna un futuro ben diverso, che nulla ha da condividere col sogno americano di cui il ragazzo è imbevuto: terminati gli studi lavoreranno insieme, si metteranno in società, padre e figlio. La storia del baseball, per lui, non ha alcun senso.

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Ecco fatto. Il libro era terminato. La tragica Vita di Dominic Molise, scritta da suo padre. Parte prima: L’ebrezza del muratore. Parte seconda: Divertimento nella Legnaia. Parte terza: Come Lasciare che Vostro Padre vi Rovini la Vita. Parte Quarta: Qui giace Dominic Molise, Figlio Obbediente […]. Rimasi lì seduto, carezzandomi il braccio, dandogli dei colpetti, cercando di calmarlo mentre piagnucolava come un bambino.

1933 è un romanzo sull’eredita, sulla capacità di ereditare il sapere dei padri senza però farsene schiacciare, senza perdere se stessi, senza farsi rovinare la vita. Come si può, quindi, incontrare il padre senza Soccombere? Insomma, come si può diventare adulti, accettare i molteplici compromessi che il mondo di per sé impone, senza perdere se stessi? Come si può mantenere vivo il desiderio, il sogno, senza perdere di vista la durezza di una realtà che impone di diventare adulti? Come lasciare spazio al principio di realtà e ascoltare il Braccio? A Dominic Molise toccherà, prima di tutto, accettare che il padre sia solo un uomo, con le sue debolezze, i suoi vizi, il gioco, il tradimento. Come risolvere, però, la contraddizione fra un padre amato e temuto ed un padre degno di disprezzo?

In un primo momento Dominic tenterà una via sbagliata per far propria l’eredità paterna. Rubare la betoniera del padre per rivenderla e avere così i soldi per scappare via dal misero paesino in cui fino allora aveva vissuto per andare a Catalina e cercare di entrare nella celebre formazione dei Chicago Cubs: “Non toccherò mai un mattone – giurai – Che Dio mi fulmini se prenderò mai in mano una cazzuola”. Una volta diventato famoso avrebbe rispedito indietro i soldi, molti soldi, così il padre avrebbe potuto comprarne una nuova.

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Ma il viaggio dalla rimessa del padre fino a Longmont, dove Dominic ha intenzione di vendere la betoniera non può essere un viaggio di piacere. Tutte le singole strade di quel misero centro urbano erano state costruite dal padre: tutto parlava dell’opera del padre, del lavoro del padre. Scuole, ponti, chiese, garage, viali, caminetti, terrazze, marciapiedi. E poi c’era il cimitero, lì dove era sepolto il nonno, Giovanni Molise. Lì il padre di Dominic Molise aveva costruito un magnifico monumento funebre, l’opera d’arte di un padre per un padre, il segno dell’attaccamento alle radici, traccia visibile della volontà di farcela. Si, perché anche il padre, a modo suo, senza cercare la gloria ed una ricchezza senza limiti, aveva cercato il riscatto e aveva creato cose (opere) che gli sarebbero sopravvissute, che portavano il suo nome.

Dominic Molise sa che non può vendere la betoniera del padre, che quell’oggetto non è fatto per esser rubato e dato via per qualche dollaro per inseguire un sogno: la betoniera stessa è depositaria del loro sogno. Il passaggio alla vita adulta di Dominic Molise deve (non può che esser così per chiunque) passare per l’accettazione dell’eredità paterna, e questa accettazione non può essere né a buon mercato, né una passiva accettazione di quello (poco) che il padre ha da dargli. L’unico modo che ha per trovare un equilibrio e far comprendere il suo desiderio, è di accettare (senza però farsi schiacciare) il desiderio del padre. Il figlio ha l’obbligo di aspettare, entro certi limiti. Il padre ha l’obbligo di piegarsi alla volontà del figlio, entro certi limiti. Questo è l’insegnamento di Fante, scrittore di cui un altro grande americano, Bukowski, diceva semplicemente questo: “Fante era il mio Dio”.

Presi il rotolo dei soldi e tornai alla betoniera. Era ridotta male e molto rovinata, come le mani di mio padre, era una parte della sua vita, così stranamente antica, come se fosse venuta da un paese lontano, da Torricella Peligna. L’abbracciai e la baciai, e piansi per mio padre e tutti i padri, e anche per i figli, perché eravamo vivi in quell’epoca, per me stesso, perché sarei dovuto andare subito in California, e non avevano scelta, dovevo farcela.

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Questa voce è stata pubblicata il gennaio 27, 2015 da con tag , , , , .

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