Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Malraux, La condizione umana

Parlava per sé, seguiva il filo di un pensiero che sopprimeva suo figlio: “Si tratta senza dubbio dei mezzi: la voce degli altri la sentiamo colle orecchie”.

E la nostra?”.

Colla gola, perchè senti la tua voce anche se ti turi le orecchie. Anche l’oppio è un mondo che non sentiamo colle nostre orecchie…”.

Kyo si alzò. Il padre lo vide appena.

Presto dovrò uscire ancora”.

La condizione umana è un incredibile affresco di quella tragica fase che seguì alla rivoluzione cinese, quando un pugno di rivoluzionari di professione si mettono alla guida dell’insurrezione di Shanghai nel 1927: questi uomini, collegati al partito comunista sovietico, insieme agli operai e ai contadini cinesi, tentano la liberazione di Shanghai subito prima dell’arrivo di Chiang Kai-shek, comandante delle truppe del Kuomintang. All’inizio, prima del 1927, l’insurrezione e la lotta contro i Signori della guerra che avevano ridotto la Cina ad un unico, enorme campo di battaglia, aveva messo insieme (forzandoli alla collaborazione) comunisti e nazionalisti del Kuomintang. Ma poi questa alleanza inizia a vacillare, fino a rompersi del tutto dopo che Chiang Kai-shek, grazie all’appoggio dei poteri forti e all’improvviso disinteresse di Stalin, decapita al vertice l’organizzazione dei comunisti cinesi.

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Ma non bisogna farsi ingannare (e del resto il titolo stesso dell’opera serve a mettere il lettore sulla giusta strada), questo è un romanzo che, sullo sfondo della rivoluzione cinese, parla, in realtà, della condizione umana e del suo dramma: l’incomunicabilità. Incomunicabilità di cui prende coscienza in modo drammatico Kyo, uno dei rivoluzionari comunisti, che rimane colpito dal fatto che l’uomo sente gli altri con le orecchie, mentre se stesso con la gola, dato che spalanca uno iato, una separazione, dando vita a due veri e propri sistemi di comunicazione che, in quanto tali, non coincidono e sono sfalsati ed hanno fatalmente bisogno di una mediazione proprio lì dove ogni mediazione/traduzione/spiegazione non può non essere una distorsione – e dunque un tradimento – del messaggio originario. Kyo sente una registrazione della sua stessa voce e non la riconosce, prendendola per quella di un altro. Scissione di sé con se stessi, fino a non riconoscersi.

La Cina rivoluzionaria che Malraux ci consegna non è quella contadina che potrebbe suggerire l’immaginario sulle condizioni di quell’enorme paese all’inizio del Ventesimo secolo, bensì una Cina metropolitana e cosmopolita, centro di una molteplicità di reti, intrecci, rapporti, interessi economici che spaziano dagli Stati Uniti, all’Europa; una Cina cosmopolita che pullula di uomini e donne diversissimi fra loro, di rivoluzionari di professione che arrivano dall’Unione Sovietica, così come dal Giappone. Al centro di questo romanzo che può e deve essere definito epico, ci sono fondamentalmente tre uomini. Kyo, la cui passione rivoluzionaria viene vissuta all’insegna della disciplina di partito e nel rispetto della dottrina (marxista); il terrorista Cen, che fa della sua azione rivoluzionaria qualcosa di anarchico, forse fino a portarla al parossismo, fino a rendere la sua azione espressione (contraddittoria) di un individualismo sfrenato; e infine Katov, la cui azione mira al riscatto sociale del popolo oppresso.

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La vita di questi tre rivoluzionari mostra come le idee debbano essere vissute e non pensate. Il marxismo, per loro, non è una dottrina, ma è volontà. E tuttavia tale ferma volontà non cancella l’idea della solitudine e della separazione. L’azione rivoluzionaria non serve – non può – a cancellare la solitudine, ma può, però, darle un senso: cercare di raggiungere l’altro (che per definizione ci è estraneo, separato) grazie alla creazione di una società giusta.

La sua vita aveva un senso: quello di dare a tutti gli uomini che in quel momento la fame faceva morire come una peste lenta il possesso della propria dignità.

Sullo sfondo, lo scontro fra le truppe del Kuomintang e i comunisti malamente armati. Tutta la vicenda corre lungo i binari dei muti pensieri dei protagonisti o dei loro dialoghi sussurrati, perchè clandestini, e della lontananza gonfia di spari e detonazioni; di una lotta mai qui, ma sempre nella modalità dell’avvicinamento, dando così l’idea angosciante di un pericolo che, così strutturato, viene come eternizzato: un pericolo che non trova uno sfogo, che non si scarica e che, quindi, non passa e non può passare, un pericolo che è sempre-sul-punto-di, ma che mai è e che perciò sempre incombe, accentuando e facendo da cassa di risonanza per un altro pericolo, ben maggiore, quello che squassa dall’interno i protagonisti: il gioco d’azzardo, la tentazione di una sessualità come possesso impossibile (e quindi ancor più ferocemente perseguito), il potere economico, il riscatto sociale, il sacrificio per un’idea, la ricerca della morte per se stessa, per il rifugio estremo che viene a rappresentare, per il fatto che la morte viene per liberare, in quanto solitudine assoluta e senza residui, da quell’altra solitudine, quella che coglie mentre si è fra gli altri, mentre si muore per gli altri, con gli altri, al posto degli altri.

…per fare un uomo non ci vogliono nove mesi, ci vogliono cinquant’anni, cinquant’anni di sacrifici, di volontà, di…tante cose. E quando quest’uomo è fatto, quando in lui non c’è nulla né dell’infanzia né dell’adolescenza, quando è proprio un uomo, non è buono che per morire.

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Questa voce è stata pubblicata il gennaio 6, 2015 da con tag , , , .

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