Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Saunders, Pastoralia

I primi tempi, quando s’affacciava sempre qualcuno, il nostro lavoro ci dava soddisfazione. E come facevamo scena. Certe litigate a grugniti. Se per caso stavo per tirarle la terra in faccia picchiavo una pietra su un masso tutto incazzato. Così capiva che doveva chiudere gli occhi. A volte Janet lavorava una mezza specie di stracci primitivi, tipo Jurassic-maglia. Oppure andavamo ai barbecue della Fattoria dei Contadini Russi, ricordo che c’erano Murray e Leon, Leon si vedeva con Eileen, Eileen era la gattara, ma adesso, dato l’enorme calo dei visitatori, i Contadini Russi li hanno spostati tutti chissà dove, a parte qualcuno in Amministrazione, i gatti di Eileen si sono inselvatichiti, e giuro su Dio che certe volte ho paura di andare alla Buca e di trovarla vuota.

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Pastoralia, pubblicato nel duemila, è la seconda raccolta di racconti di George Saunders che, dopo Il declino delle guerre civili americane (1996), conferma la sua grande vena creativa, così come la capacità di usarla per portare avanti una sottile e spietata analisi del capitalismo occidentale e di tutte le contraddizioni ed assurdità di cui è portatore. I sei racconti di questa raccolta modulano questa critica attraverso diverse prospettive. I personaggi di Saunders (frutto dell’immaginazione, eppure così concreti) vagano alla ricerca d’un posto nel mondo, d’una via per riscattarsi e potersi finalmente guardare (e lasciarsi guardare) senza essere presi nella morsa dell’ansia all’idea d’aver fallito. Dipendenti travestiti da cavernicoli che si aggirano per un parco a tema dedicato alla preistoria dell’umanità. Uomini che seguono seminari motivazionali alla ricerca dell’autostima. Spogliarellisti di strip club alle prese con le valutazioni delle clienti.

Mamma mia che stress, questo lavoro. Appena scendi nella Classifica dei Carini sei spacciato. Le Clienti ci classificano come Superfico, Dolciotto, Sciapo, Schiappa. Mica mi sto lamentando. Almeno io lavoro. Almeno non sono una Schiappa come Lloyd. Sono un Dolciotto/Sciapo che se ne torna a casa con quaranta bigliettoni in tasca.

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E poi ancora bambini abbandonati che sfrecciano in bicicletta registrando tutto lo squallore delle periferie e tutta quella voglia di riscatto che troppo spesso viene soffocata con violenza dall’indifferenza del mondo. Uomini in là con gli anni che non sono riusciti a combinare nulla perché schiacciati dalla durezza e dalla selettività di modelli estetici e comportamentali imposti dalla società dei consumi e dall’edonismo sfrenato. In tutti questi fallimenti, in questa che è una vera e propria rassegna di solitudini si può però rinvenire un’aspirazione comune, aspirazione che fa tutt’uno con la ricerca (probabilmente destinata al fallimento) dell’unità di misura necessaria per decidere della propria vita, per renderla degna d’esser vissuta. Ricchezza, realizzazione di sé, lavoro, aspetto fisico, successo e riconoscimenti d’ogni sorta. Tutto questo non può soddisfare l’uomo. Zadie Smith dice che “Saunders è uno scrittore serio e moralmente appassionato che esprime perfettamente la follia dei tempi in cui viviamo”. È la definizione perfetta per centrare il cuore dello sforzo che tiene in piedi quest’opera. Saunders accompagna i suoi personaggi e il lettore, seguendone le storie, può sentirne la presenza. C’è una profonda umanità in questi racconti. Saunders non rimane fuori dai giochi. Anzi, irrompe nella scena e in certe pagine pare di poterne riconoscere la voce, benché celata sotto le sembianze di figure e personaggi secondari. Questa voce vibra per consolare personaggi persi in tragedie ed ingiustizie a cui il mondo, per definizione, non pare interessarsi.

Sta’ a sentire, Dio ti vuole bene, disse lo stecco. Te ne stai andando, lo capisco, lo vedo che te ne stai andando, ma ti prego, prima di andartene devi sapere che sei bellissimo e che ti vogliono tutti bene. Capito? Mi senti? Sei un bravo bambino, lo sapevi? Dio ti vuole bene. Ti vuole tanto bene. Suo figlio è venuto su questa terra a morire per te […]. Sei bellissimo, sei bellissimo, continuò a dire lo stecco, anche dopo che il bambino aveva smesso di dibattersi, Dio ti vuole bene, per Lui sei bello come il sole.  

Un commento su “Saunders, Pastoralia

  1. Pingback: Saunders, Dieci dicembre | Tommaso Aramaico

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Questa voce è stata pubblicata il marzo 15, 2014 da con tag , , , .

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