Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Dick, Ubik

Alle tre e trenta del mattino del 5 giugno 1992, il miglior telepate del Sistema Solare scomparve dalla mappa situata negli uffici della Runciter Associates a New York City. Ciò fece squillare i videofoni. L’organizzazione Runciter aveva perso le tracce di troppi psi di Hollis nel corso degli ultimi due mesi; questa ulteriore sparizione non ci voleva.

ubik

In Ubik – scritto nel 1966 e pubblicato tre anni più tardi – si concentrano molti dei temi che più stanno a cuore a Dick: la critica ai mass-media, alla pubblicità, all’uomo che perde la propria autonomia fino a farsi oggetto fra gli oggetti, declassato a mero mezzo per la realizzazione del telos (e cioè la dissipazione) insito nelle merci. Ma anche la poetica del ritorno all’infanzia, ad un mondo dell’innocenza (ed inevitabilmente dell’illusione) simbolicamente rappresentato da Winnie-the-Pooh. Eppure quando ci si accosta a Dick le cose non sono mai semplici e per riuscire ad orientarsi nella moltitudine di spunti e riferimenti, bisogna tentare, nel limite del possibile, di procedere con ordine.

La vicenda si svolge nel 1992. Al centro c’è lo scontro fra Glen Runciter (proprietario della Runciter Associates, società che utilizza inerziali, ossia uomini in grado di annullare altri umani dotati di psi e cioè individui dotati di poteri telepatici, telecinetici, etc.) e l’associazione di precog (precognitivi e telepatici) guidata da Ray Hollis. Uno dei migliori telepati di Hollis scompare e Runciter, per un consiglio, va in visita dalla moglie Ella, che versa in stato di semi-vita nel Moratorium Diletti Fratelli in Svizzera. Qui, nel tentativo di entrare in contatto con Ella, Runciter per la prima volta si imbatte nella presenza di Jory, giovane e potente vicino di bara di Ella. È a questo punto che entra in scena il protagonista del romanzo, Joe Chip, il migliore dei dipendenti di Runciter, specialista in misurazione di campi e contro-campi psichici a corto di denaro, con molti fallimenti alle spalle e in perenne conflitto con la tecnologia che lo circonda. Joe Chip presenta a Runciter Pat Conley, un’inerziale la cui sorprendente capacità è quella di modificare il passato. Fino a questo punto tutto sembra procedere in modo classico, o moderno. Il lettore segue la storia. Tutto torna. Solo che a un certo punto le cose iniziano a non quadrare più e la realtà a fare acqua da tutte le parti. Joe Chip, Pat Conley e altri inerziali vengono mandati sulla Luna da Runciter per contrastare i pieni di Hollis, e a questo punto vengono coinvolti in un attentato. Ecco. Il mondo inizia a perdere la sua stessa fibra, essendo d’un tratto come privato di qualsivoglia collante. Chi entra in contatto con chi? Chi è morto nell’attentato di Ray Hollis, chi invece è riuscito a salvarsi? Tutti credono di poter dire di essere vivi, ma così non è. Joe Chip porta (lo porta?) il suo capo in Svizzera, al Moratorium, e lì tenta di mettersi in contatto con lui. Già, il problema, però, è che al tempo stesso Runciter, ancora vivo (vivo?), tenta di mettersi in contatto con Joe Chip, morto (morto?) nell’attentato ordito da Hollis. Chi è vivo, chi è morto? Joe Chip continua a muoversi fra mille peripezie, mentre il mondo velocemente regredisce e invecchia e si sfalda e tutte le cose, tutti gli oggetti e le merci cambiano “pelle” prendendo le sembianze dei modelli che li hanno preceduti. Il dubbio sulla realtà del mondo che circonda il protagonista si impenna fino a raggiungere i caratteri del dubbio iperbolico. Dick pare fare propria l’ipotesi cartesiana sull’esistenza di un “genio maligno” o di un “dio ingannatore” che gode nel trascinare nell’errore le sue creature. Chi sia dietro a tale generale impoverimento dell’essere, dietro questa regressione di tutte le cose, si scoprirà essere Jory. E infatti Joe Chip verrà a scoprire che nel mondo dei semi-vivi, quello che pare essere il suo posto, è in atto una lotta fra non-morti buoni e malvagi. Ella Runciter, che è alla guida della fazione che si scontra con Jory, riuscirà ad incontrare Joe e a fargli avere Ubik, unico agente in grado di fermare il processo di regressione in atto.

Una cosa è certa. Dare una definizione univoca di Ubik sarebbe impossibile, oltre che riduttivo. Ubik è il protagonista delle epigrafi che introducono i diversi capitoli del romanzo. Ubik possiede il dono dell’ubiquità – caratteristica essenziale delle merci. Già, perché oltre che ad Ubik il lettore può accedere ad un meta-testo che racconta Ubik nelle sue molteplici e potenzialmente infinite mutazioni.

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Amici, è tempo di rinnovare i locali e stiamo svendendo tutti i nostri silenziosi Ubik elettrici a prezzi davvero imbattibili! Si, abbiamo buttato via il listino prezzi! E ricordatevi: ogni Ubik della nostra fornitura è stato usato seguendo scrupolosamente le istruzioni.

Ubik viene via via presentato in modo sempre diverso. Così Dick riesce a riassumere, con feroce ironia, tutto il desolante paesaggio della pubblicità imperante, l’invito al consumo come farmaco per curare ogni male. Ubik è una birra dal gusto inconfondibile, ma anche una miscela di caffè, un condimento per insalata, un rasoio. Ubik è potenzialmente tutto, per questo motivo Ubik è una divinità. Ubik rappresenta la facilità con cui l’uomo divinizza le merci, la naturale tendenza all’idolatria insita nell’animo umano. Ubik, in questo senso, è l’illusione delle illusioni, è ciò che schiaccia nella schiera dei semi-vivi (o dei dormienti per dirla con Eraclito), ma è anche – e Dick ne è perfettamente consapevole – l’ossigeno che rende possibile la vita stessa, che tiene al riparo dall’abisso di una realtà per cui non esiste fondamento e giustificazione alcuna. È, appunto, ciò che rende possibile l’esistenza stessa sottraendole lo specchio della verità tragica. Esistenza bendata.

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Io sono Ubik. Prima che l’universo fosse, io ero. Ho creato i soli. Ho creato i mondi. Ho creato le forme di vita e i luoghi che esse abitano; io le muovo nel luogo che più mi aggrada. Vanno dove dico io, fanno ciò che io comando. Io sono il verbo e il mio nome non è mai pronunciato, il nome che nessuno conosce. Mi chiamano Ubik, ma non è il mio nome. Io sono e sarò in eterno.

2 commenti su “Dick, Ubik

  1. vagoneidiota
    gennaio 16, 2014

    Molto bello questo blog. Lo leggerò con molta attenzione.

  2. tommasoaramaico
    gennaio 16, 2014

    Grazie per l’apprezzamento. Verrò presto a fare un giro dalle tue parti!

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Questa voce è stata pubblicata il dicembre 29, 2013 da con tag , , , .

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