Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Incipit: Leo Majol

Leo Majol (1974-2011)

Colleghi di lavoro interdetti e sbalorditi si rincorrevano alla ricerca di notizie e conferme; si bloccavano, aggrappandosi l’uno al braccio dell’altro, mormoravano, si tiravano per la giacca, sbottavano: «oh, ma hai sentito che cazzo è successo?», o anche: «ma ti rendi conto? certo che certe volte» e allargavano le braccia per poi lasciarle ricadere lungo i fianchi. L’argomento del giorno di quel venerdì mattina freddo ed assolato era la morte di Leo Majol, l’improvvisa fine di una vita che, per quello che se ne sapeva, era stata sostanzialmente priva di eventi degni di nota, assolutamente normale, prosaica, ma non per questo, a conti fatti, più delle altre al riparo dalle minacce di cui il mondo è pieno. Non solo lungo i corridoi, per le scale, negli ascensori e nelle stanze del grande complesso di uffici dove lavorava, ma anche nel palazzo dove viveva e l’avevano trovato morto, tutti parlavano di Leo Majol: «era tanto bravo, sempre gentile» dicevano, anche se non mancavano quelli che silenziosamente insinuavano, picchiettandosi la testa con l’indice. Altri, più curiosi che impietositi, sgattaiolavano su fino al pianerottolo per dare un’occhiata ai sigilli messi alla porta dell’appartamento dove il fu Leo Majol era vissuto. Davanti all’edicola dove ogni giorno, da anni, Leo Majol comprava il giornale, l’edicolante spiegava alla gente che ultimamente si comportava in modo strano e che però: «tutte le mattine, puntuale come un orologio e sempre con i soldi contati, diceva buongiorno e arrivederci». Per non parlare del parco dove tutte le domeniche andava a fare una passeggiata. All’entrata, davanti al grande cancello in ferro battuto, attorno al vecchio guardiano si era formata una piccola folla di pensionati e scioperati d’ogni età. Il vecchio armeggiava col rastrello su un cumulo di foglie morte, mozziconi e cartacce, e si perdeva in lunghe pause meditabonde prima di riprendersi e ripetere, scuotendo e grattandosi la testa pelata e grinzosa: «L’ho visto ieri. Veniva qui con i genitori da quando era alto così» la mano all’altezza del ginocchio dava l’idea di quanto Leo Majol fosse piccolo, ai tempi. E i genitori poi, disperati e sperduti sui loro divani in finta pelle continuavano a ripercorrere con frasi interrotte da lacrime e singhiozzi la vita del disgraziato figlio. Si dicevano che loro non avevano colpe, che avevano sempre fatto di tutto per proteggerlo, allevandolo in una campana di vetro, sempre intenti a mostrargli e ricordargli che il mondo e le persone che avrebbe incontrato erano certa fonte di pericolo: «l’ho sempre saputo» e col fazzoletto fradicio di lacrime, saliva e muco si picchiava col pugno il profetico petto di madre: «l’ho sempre saputo io che» e si interrompeva, singhiozzante, tirandosi via quei pochi capelli bianchi che ancora le erano rimasti; «ma non è stato sufficiente» chiosava con dignità il marito, isolato in un angolo della poltrona troppo spaziosa per quel mucchio di pelle e ossa che era divenuto col passare degli anni. E infine la moglie di Leo Majol, stesa sul divano nel salotto della casa dei genitori. Incapace di qualsiasi movimento, muta da quando aveva appreso della tragedia e con gli occhi rossi per le lacrime, sgranati e fissi sul figlio. Anche lei era presa nella tagliola del ricordo e come gli altri era costretta a ripercorrere gli anni passati con lui, ripetendosi quanto il destino fosse stato ingiusto con un uomo che non aveva mai fatto niente di male, che mai aveva dato fastidio a nessuno e che si era sempre accontentato di cose semplici, senza mai chiedere troppo alla vita e a chi gli stava intorno: «ed io, ed io» mormorava, coprendosi la bocca con una mano, in una scena d’altri tempi. Tutto qui, per loro, tutto qui per tutti. Stando alle loro parole e ai loro ricordi, la vita di Leo Majol era stata così povera di eventi significativi che le uniche cose degne di nota sembravano essersi concentrate, in balia di una forza centrifuga, al principio e alla fine, tanto che sembrava semplicemente esser nato e poi morto, mentre nel mezzo nulla, o quasi, da ricordare. Ma loro non potevano sapere che per Leo Majol la vita era stata tutt’altro che priva di grandezza e di conflitti, e che se non sempre, di certo per lunghi periodi era stata una vita incredibile: anche gli altri l’avrebbero considerata tale se solo lui li avesse resi partecipi o avesse avuto la fortuna di incrociare qualcuno capace di accorgersene.

07/02/1979. Digrignando i denti ed ansimando per lo sforzo, le braccia e le gambe tese fino allo spasmo, Leo Majol, in sella alla sua prima bicicletta, lentamente scalava una piccola salita di terra battuta. Il padre e la madre lo seguivano a piedi, a qualche metro di distanza, senza perderlo di vista un solo istante. Il signor Majol lasciava parlare la moglie senza prestarle la dovuta attenzione, troppo preso dal figlio che si inarcava e contorceva sul manubrio e sui pedali cercando di superare la radice di un albero che usciva dalla terra. Aveva aspettato un poco, pregando in cuor suo che riuscisse a cavarsela da sé ma, alla fine, non potendone più, gli si era avvicinato e con una lieve spinta l’aveva aiutato a superare l’ostacolo. La bici andava lenta, col suo esasperante cigolio.

«Possiamo riprovare, se vuoi» aveva detto la moglie, dopo una lunga pausa, sfregandosi una mano con l’altra, le dita arrossate che seguivano il rilievo delle vene gonfie e sinuose come serpentelli: «ormai sono passati cinque anni».

Il signor Majol era lì, una volta di più a misurare la fragilità del figlio, decisamente troppo piccolo per un bambino della sua età, a mala pena in grado di muovere quella maledetta bicicletta. Si era pentito di avergliela regalata nello stesso momento in cui, tenendolo per mano, erano entrati nel negozio per poi uscirne con una bici identica a quella di un altro bambino, che però di anni ne aveva solo tre. Ancora gli bruciava per come l’avevano guardato il negoziante e il padre dell’altro bambino quando, ingenuo, si era lasciato sfuggire l’età del figlio, per poi ammutolire. Sapeva che il piccolo Leo non ne aveva colpa e che in realtà lui, e con lui la moglie, erano all’origine di tanta debolezza.

«Meglio di no» aveva risposto, continuando a fissare il figlio, che proprio quel giorno compiva cinque anni. Leo Majol non avrebbe avuto un fratello. Tutte le attenzioni, le cautele, le cure e le energie dei genitori sarebbero state spese unicamente per lui, per tenerlo lontano da pericoli e da minacce che, era chiaro, lui non poteva affrontare con le sue sole forze.

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Questa voce è stata pubblicata il agosto 3, 2013 da con tag , , , .

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