Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

Incipit: I due fratelli

I due fratelli

Credo di essermi guadagnato il diritto di lamentarmi, il diritto ad uno sfogo, ad un orecchio attento. Sono convinto di essermelo guadagnato, questo diritto, giorno dopo giorno, anzi, notte dopo notte, compresa questa, l’ennesima che passo sveglio, vigile e con l’orecchio teso, in agitazione. Non sto dicendo che non continuerò a fare quello che devo fare, non ho molta scelta, del resto. Sto semplicemente per esercitare quello che credo essere il mio sacrosanto diritto di lamentarmi, di sbottare e parlar male, almeno per una volta. Fino a pochi mesi fa ero uno di quelli che non doveva e non poteva lamentarsi, un ventunenne con le idee abbastanza chiare, qualche amico e molte ore passate sui libri, a studiare. Non avevo mai dato fastidio a nessuno e nessuno aveva mai dato veramente fastidio a me. Me ne stavo tranquillo e, di buona lena, perseguivo i miei obiettivi con ordine, una cosa per volta; poi, però, un semplice episodio è riuscito ad imprimere un brusco cambio di rotta alle mie giornate, nei miei obiettivi e priorità. Senza averlo scelto mi ritrovo a non essere più quello che ero e ormai dubito di poterlo tornare ad essere. Una semplice combinazione, una coincidenza ed eccomi qua a lamentarmi. Questi i fatti.

Era stato assente per tutta un’estate, e va bene; stravagante in autunno, e va bene; insopportabile con l’arrivo dell’inverno, e va bene. Per mesi e mesi non ho fatto una piega, ma come dovevo reagire quando me lo sono ritrovato seduto sul davanzale del terrazzo? Sto parlando di Matteo, mio fratello. Io, come sempre tranquillo e in pace con me stesso e il mondo, uscivo in balcone per fumare una sigaretta e lì, inaspettatamente, invece del solito panorama fatto di tetti e parabole cui sono tanto abituato, mi sono imbattuto nel suo profilo. Era comodamente seduto sul davanzale, le piante dei piedi a prendere aria. È alto dove abito io, alto tutto un palazzo di sei piani, non questione di centimetri; c’è tutto il tempo per ripetersi nome cognome e data di nascita prima di toccare il suolo, e dimenticare tutto e tutti. A vederlo a quel modo, in silenzio e con lo sguardo spento neanche fosse davanti alla televisione, c’era proprio da pensare che avesse perso ogni interesse per le cose. Quella scena, nella sua apparente mancanza di sviluppo, nella sua stridente staticità, era straziante. Era stato più taciturno del solito, non stava quasi mai a casa e per qualsiasi questione andava in bestia, ma non me ne ero fatto un problema, non mi era sembrata una faccenda particolarmente preoccupante. Di trovarmelo lì davanti, accomodato a quel modo, proprio non me lo aspettavo. È una bella responsabilità prendersi la briga di salvare la vita di qualcuno ed io fino a quel giorno non avevo idea di cosa potesse significare; così da inesperto che ero, non mi sono fatto pregare. Gli ho parlato, l’ho rassicurato, mi sono messo a sua completa disposizione e lui, alla fine, senza fare troppa attenzione, magari non proprio persuaso dai miei argomenti, s’era deciso a fare un mezzo giro su se stesso e a tornare con i piedi ben piantati a terra, al sicuro, almeno per quella sera. Persi in un lungo abbraccio abbiamo pianto senza risparmiarci, poi io sono stato male per una buona settimana, con una febbre da cavallo come da anni non mi accadeva.

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Questa voce è stata pubblicata il luglio 31, 2013 da con tag , , , .

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