Tommaso Aramaico

Lì dove è pieno di nomi propri, c'è un nome che di nessuno è proprio. Chi l'ha scelto? Chi lo subisce? E perché? Meschino.

F. Dürrenmatt. Il sospetto (Parte seconda)

Bärlach non solo non ama l’ordinamento borghese delle cose del mondo, ma, in più, non crede in un possibile miglioramento dell’ordinamento stesso: “gli uomini erano sempre uguali”. Questa asserzione va a precisare quanto già detto. L’ispettore, vecchio, malato, prossimo alla morte, si è liberato dalla fede nel progresso: la Storia non è più pensabile come un movimento lineare (né in senso hegeliano, né marxista, né positivista) che sfocerà nella libertà, nella giustizia e nell’uguaglianza. L’uomo, nella Storia, permane identico a se stesso e solo una grave mancanza di “fantasia” rende ciechi di fronte all’ingiustizia e al delitto. L’uomo comune, quello che manca di fantasia, compie delitti in ogni momento, senza neppure rendersene conto. Questa mancanza di “fantasia” è intimamente legata ad una generalizzata “trascuratezza”: questa trascuratezza è ciò che, propriamente, sta mandando il mondo in malora.

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Mancanza di fantasia e trascuratezza, ovvero ignoranza e mancanza di serietà di fronte al male, ecco la miscela micidiale! Non Stalin (non nominato, ma presente, Hitler, e, più in generale, ogni sorta di dittatore antico, moderno e a-venire) è il male del mondo, bensì l’uomo comune, il “bravo commerciante” che compie un delitto senza neppure accorgersene, chiuso come è nel suo piccolo mondo (“ordinamento borghese”) retto da poche idee confuse (“mancanza di fantasia”/ignoranza). Il non-essere-seri fa sì che il male/delitto non sia esclusiva di pochi uomini (gli Stalin di ogni tempo e luogo); il male/delitto piene polverizzato e covato in ogni spirito che vive nella “trascuratezza” che è sempre e comunque una trasandatezza dei costumi morali: il male/delitto è diffuso ovunque, dunque, non sarà l’eccezione, bensì la “norma”; necessariamente si dovrà ammettere che il “sospetto” non potrà essere un’eventualità, una possibilità dello spirito fra le altre, ma una “pratica di vita”, qualcosa che non ammette barriere, ostacoli, zone franche. Quella del “sospetto” è una pratica che “continuamente affiora”, spontaneamente, malgrado la volontà dell’ispettore. Il sospetto richiama l’attenzione (misto di fantasia e serietà) su qualcosa. In quanto sub-specere, in quanto è un guardare-da-sotto, il “sospetto” è un andar oltre ciò che è semplicemente-dato, per prendere in considerazione il “puramente possibile” che in tutto si cela. Non è però un gioco, il “sospetto” non è semplice ispirazione, intuizione vuota o schiribizzo, no, il “sospetto” è fantasia, ma anche “matematica”, e quindi serietà, un non-prendere-le-cose-alla-leggera; è ciò che esclude ogni forma di “trascuratezza”. In quanto rigore della ragione, in quanto messa in mora del mondo per come appare, in quanto considerazione di ciò che è possibile, il “sospetto” è sì un metodo, ma, in quanto qualcosa che “necessariamente affiora”, si impone all’uomo come un dovere: è lo stesso commissario Bärlach a presentarlo in tale prospettiva etica: “un poliziotto ha il dovere di mettere in dubbio la realtà”. Il “sospetto” è dovere, tensione etica, onestà intellettuale, metodo, fantasia e pessimismo (storico ed antropologico). Il “sospetto”, però, inteso qui come ricerca/smascheramento dell’ingiustizia, è qualcosa che denota la naturale tensione che porta l’uomo alla giustizia. Il “sospetto” è la modalità con cui l’uomo fiuta-rifiuta e combatte l’ingiustizia di cui egli stesso – essere scisso – è artefice. Di Fronte alla mancanza di senso, alla tragedia della Storia, Marlock, Glauber e Emmenberger presentano come tre possibili vie di fuga: l’accettazione assoluta e spregiudicata del non-senso, il salto nella fede, la fede nel Male. Alla clinica del dottor Emmenberger, l’ispettore Bärlach si avvicina nel presentimento della morte. Gravemente malato di un male che spoglia ogni cosa del senso, l’ispettore incontra la morte come qualcosa che priva le azioni e i pensieri di ogni idealità. Appare, la morte, come puro nichilismo, negazione di ogni trascendenza possibile. All’attesa della morte si accompagna una forma di rabbia o di risentimento, risentimento verso tutti quelli che continueranno a vivere, disprezzo per un universo che continuerà ad esistere, a persistere, imponendo al soggetto, che si era illuso di esserne il centro, di accettare la propria condizione, quella di mortale. La morte è, dunque, ciò che ricorda al soggetto il posto che nel mondo gli spetta, il ruolo di semplice esistente, la cui importanza, nell’economia del tutto, non è maggiore di quella di una mosca schiacciata con un giornale. Con questa orrenda consapevolezza l’ispettore Bärlach entra nella clinica. Ha forse dimenticato il proprio scopo? La verità? È possibile che il dottor Emmenberger si stia già trasformando, da carnefice assassino che merita di essere punito, in colui che dona la vita, in colui che ha il potere di sconfiggere la morte? Nella clinica, perso nell’assenza del senso, l’ispettore si trova ad essere sedotto da altre prospettive che non sono quelle della giustizia. La dottoressa Marlock, ex comunista rinchiusa in un campo di concentramento, riuscita a salvarsi divenendo l’amante del suo aguzzino, del dottor Emmenberger. Qui ogni distinzione fra bene e male è saltata, tutto diviene possibile, tutto è permesso, se il fine è quello di salvarsi. La caduta di ogni valore, di ogni fede o idealità ha aperto la strada al nichilismo, fase in cui non esiste più alcun valido metro di giudizio. Quello che è accaduto rende vana ogni ricerca di giustizia. La dottoressa fa saltare ogni norma, la clinica del dottor Emmenberger, lì dove ogni nefandezza è possibile, è, in realtà, l’unico luogo autentico, lì dove il velo di Maya è caduto, dove si accede alla cosa in sé e l’uomo si manifesta per quello che è, crudeltà; lì dove vige l’unica regola, dove diritto e potere coincidono: giusto e legittimo è tutto quello che è in nostro potere. Ogni tentativo di ordinare il mondo secondo leggi giuste, che non tengano conto della ferinità dell’uomo, della sua sete di dominio e di potere, non sono che illusione e menzogna. Cacciata la dottoressa Marlock, si presenta all’ispettore, la dottoressa Glauber. Qui è la prospettiva, paradossale, della fede. Il male imperante non deve trascinare alla semplice accettazione, il male deve risvegliare alla fede, una fede particolare, capace di comprendere, giustificare e santificare l’omicidio. Se si uccidere per amore, perché “attraverso la morte l’uomo raggiunge le sue possibilità più alte”, allora il dottor Emmenberger, sorta di angelo della morte, viene innalzato a mezzo della volontà divina. Solo alla fine entra in scena il dottor Emmenberger. Angelo della morte, “principe dell’inferno”, Emmenberger comunica all’ispettore l’ora della fine: alle sette. Inizia, nel conto alla rovescia, la lotta della fede nella Giustizia contro la fede nel Male. È sul piano della “fede” che si gioca lo scontro fra l’ispettore e il dottore. Quale delle due fedi, sotto i colpi della Storia, si mostrerà realmente credibile? Il dottore è un nichilista, i suoi argomenti sembrano inoppugnabili, la sua fede nel male incrollabile. Il dottore stesso, in un rivolgimento dialettico, lascia la parola all’ispettore, promette di lasciarlo in vita, ma a una condizione: l’ispettore deve, a sua volta, essere mosso da una fede incrollabile. Il dottor Emmenberger, votato al Male, sembra alla ricerca del bene, di una fede che lo liberi dal compito fino a quel momento assegnatogli dal destino, quello del boia, del carnefice, dell’aguzzino. Sull’”uomo comune” il dottore sembra avere le stesse idee dell’ispettore: gli uomini agiscono senza troppo riflettere sulle proprie azioni, capita che agiscano bene, capita che agiscano male, non si danno pensiero sulle grandi domande fondamentali, sull’esistenza di Dio, di un al di là. Il mondo di questo uomo comune, quello della società di massa, è assai piccino, circoscritto dall’angusta prospettiva dell’interesse privato. L’uomo comune è quello che realmente non ha fede in nulla, l’uomo comune è il male, il nichilista per eccellenza, il depositario privilegiato del delitto. Bärlach non parla, non ribatte, non lo fa perché non può farlo, perché i pensieri del dottor Emmenberger sono i suoi stessi pensieri. Il dottore vuole di più, vuole capire se l’ispettore è pari all’uomo comune o ha una fede da contrapporre. Il dottore non crede nelle leggi, bensì nella libertà, una libertà che coincide con l’uccisione dell’altro uomo: l’omicidio è libertà perché implica un porsi al di fuori dal sistema delle leggi e delle convenzioni; l’omicidio è libertà perché lascia cadere l’idea (contraddetta dalla Storia) che la vita sia qualcosa di sacro. Se l’altro uomo non è sacro ai nostri occhi, se la sua vita viene spogliata di ogni sacralità, divinità, dignità, allora ogni umanesimo è cancellato, e l’omicidio non solo è possibile, ma doveroso e comandato in quanto unica via per perseguire la propria assoluta libertà. Il dottore chiede di essere salvato, vuole che l’ispettore gli apra una via alternativa a quella dell’assassinio, ma l’ispettore non può offrire nessuna fede incrollabile. Privo di energie, preso nella morsa della crisi dei valori, l’ispettore non può ribattere – è ridotto al silenzio. Persino la fede nella giustizia non può essere incrollabile. Il sospetto, l’omicidio, la crudeltà sono ovunque; l’uomo non cambia, la Storia è teatro di atrocità senza fine. Il dottor Emmenberger decreta la morte dell’ispettore: Bärlach morirà perché privo di fede. C’è un personaggio che attraversa l’intero romanzo, Gulliver: l’ebreo che si dice “morto”, ucciso dai nazisti, colui che da morto è resuscitato. Gulliver, scampato alla seconda guerra mondiale e alle atrocità perpetrate sotto il regime nazionalsocialista, però, non fa distinzioni fra nazioni buone e nazioni cattive, fra popoli buoni e cattivi; per Gulliver l’oggetto del giudizio morale è il singolo uomo.

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Scampato alla morte grazie alla fede, morto fra i morti e vivo fra i vivi per mezzo della fede, Gulliver, che da vicino richiama la figura del Golem, così racconta l’olocausto: “Jehova era lontano, occupato con gli altri pianeti, oppure stava studiando qualche problema di teologia che s’era impadronito del suo spirito sublime”. Con ironia, e rabbia malcelata, Gulliver presenta la strage alla luce – o all’ombra – dell’eclissi di Dio. Il Male assoluto, il nazismo, era stato possibile a partire dall’eclissi di Dio, dal ritirarsi della Provvidenza divina. Questa eclissi lasciava l’uomo in balia dell’uomo, Gulliver in balia di Nehle/Emmenberger. L’uomo di fede in balia dell’uomo che non conosce i propri limiti, che sfida Dio e la materia, la vita e la morte, i segreti della natura; in poche parole, l’uomo moderno. E non è Nehle/Emmenberger, del resto, una sorta di Faust contemporaneo?

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È il dottor Samuel Hungertobel a darcene una descrizione: “La sua vita è stata curiosa. Tutti credevano che avrebbe fatto carriera, invece non gliene importava niente. Studiò molto e molte cose alla rinfusa, furiosamente. Fisica,  matematica, nulla sembrava soddisfarlo; è stato visto anche a lezioni di filosofia e di teologia […]. Così condusse una vita inquieta e solitaria […]. Pubblicò alcuni strani trattati, per esempio uno scritto sulle ragioni dell’astrologia, ciò che di più sofistico io abbia mai letto”. È contro i Nehle/Emmenberger sparsi ovunque nel mondo e in ogni epoca che Gulliver, traduzione moderna del Golem, è in lotta. Plasmato con l’argilla e portato alla vita dalla parola Emet (dall’ebraico, “verità”) incisa sulla sua fronte, il Golem puniva coloro che perseguitavano gli ebrei. Gulliver aiuta l’ispettore, perché l’ispettore è guidato dal “sospetto” e il sospetto mira alla “verità” (Emet). Gulliver uccide il dottor Nehle/Emmenberger (fusione di uomo comune e aguzzino), va in aiuto dell’ispettore, perché nessuno può combattere il male in solitudine. Gulliver è portatore di una via del tutto diversa da quelle incontrate precedentemente. Non è semplice portatore dell’idea ebraica, vetero-testamentaria, della Legge e della giustizia, quella che vuole occhio per occhio, dente per dente. Gulliver non è portatore di una giustizia fondata sulla vendetta, ma colloca il proprio destino entro l’imperscrutabile volere divino, la sua Provvidenza: “Ciò che s’è svolto tra noi, tra l’ebreo e il suo torturatore, come i ruoli si siano scambiati, secondo giustizia, come io sia diventato l’aguzzino e lui la vittima, questo, al di fuori di noi due, lo sa dio soltanto, dio ha permesso tutto questo”. Ma nelle ultime battute che Gulliver invita ad una nuova prospettiva: “Non possiamo da soli salvare il mondo, sarebbe un’impresa senza speranza, come quella di Sisifo; la salvezza non dipende da noi, e nemmeno dai potenti o da un popolo o dal demonio, che pure è il più potente, la salvezza dipende soltanto dalla mano di dio, che solo decide. Noi possiamo aiutare soltanto pochi, non tutti nello stesso tempo, è il limite del povero ebreo Gulliver, il limite dell’uomo”. Gulliver parla contro ogni ideologia, contro ogni visione totalizzante, ovvero “politica” delle cose. Una terza via, alternativa a nichilismo e fede, alternativa ad ogni ingenuità che non sopporta di riconoscere l’onnipresenza del delitto; una terza via, dunque, che riconosca il “limite” dell’uomo, che metta da parte ogni impresa impossibile (Sisifo, ma anche Titano) per portare al rigore di sé, alla scelta, alla presa di consapevolezza che gli altri – quelli che concretamente sono intorno a noi – non possono essere ridotti a mezzi in vista dei nostri particolari bisogni. Una via praticabile che educhi a prendere le mosse da quello che è a portata di mano, dai sofferenti che sono intorno a noi e che spesso, per mancanza di “fantasia” e serietà, non riconosciamo come tali. La “pace” (la riconciliazione e il superamento di ogni conflitto) non è e non può essere un problema “politico”: Stati, statisti, popoli e nazioni non possono raggiungerla; quello della “pace” non è un problema “umano”, nel senso di umanamente/politicamente risolvibile. Nella prospettiva di Gulliver, in quella della fede, la “pace” è un problema eminentemente “teologico”, affare di dio e della sua imperscrutabile provvidenza. Chi non condivide la prospettiva di Gulliver l’ebreo, e, allo stesso tempo, non riesce più a credere alla forza delle idee, alla irriducibile bontà dell’uomo, al progresso della storia e dell’umanità, a tutti questi rimane ancora una strada: il bene è ciò che quotidianamente, con serietà, può essere offerto e mantenuto vivo per mezzo di parole e azioni orientate in vista di coloro che sono presso di noi; all’indirizzo dell’altro uomo, dell’uomo comune che, casualmente, incontriamo per le strade del mondo.

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Questa voce è stata pubblicata il febbraio 23, 2013 da con tag , .

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